Venerdì sarà il giorno di Antonio Tajani nell’Isola. E non è un dettaglio. Perché se Forza Italia in Sicilia non si riconosce più nella gestione feudale di Renato Schifani e Marcello Caruso, è altrettanto vero che il partito sembra ormai disposto ad accettarla pur di strappare una ricompensa. Anche minima. Anche al ribasso.

L’ipotesi di accogliere Giovanni La Via in giunta, infatti, potrebbe bastare a spegnere le velleità di rivolta dei cosiddetti “murati vivi”, già umiliati dalla scelta dei due assessori tecnici – Alessandro Dagnino all’Economia e Daniela Faraoni alla Sanità – imposti direttamente dal presidente della Regione. Il segnale che arriva è chiaro: più che reclamare un cambio di passo politico, Forza Italia è pronta a negoziare le briciole. E a quel punto anche le dimostrazioni muscolari dei mesi scorsi –Falcone, Mulè, Calderone – rischiano di perdere consistenza, ridotte a rituali di un conflitto che nessuno sembra più intenzionato a combattere fino in fondo.

Eppure non era sempre sembrata una recita. Nelle scorse settimane, ad esempio, il deputato messinese Tommaso Calderone aveva rotto definitivamente gli argini: prima con dichiarazioni pubbliche molto dure sulla presunta “incompatibilità” di Caruso, poi con una lettera indirizzata a Schifani e finita alla stampa. L’obiettivo era un colpo al cuore della giunta: l’assessora alla Salute, Faraoni. Calderone richiamava gli atti dell’indagine su Totò Cuffaro e la visita che l’allora commissaria dell’Asp di Palermo avrebbe fatto, il 29 maggio 2024, a casa dell’ex presidente della Regione: una «circostanza tale da far presumere un rapporto di possibile sudditanza». Un’accusa devastante per un assessore, ma anche per il presidente, che ha sempre difeso Faraoni e che con Cuffaro ha condiviso più di un pezzo di strada politica.

Calderone non era un isolato. Era stato Falcone a individuare per primo il punto debole della gestione Caruso: «Oggi a Forza Italia Sicilia mancano la visione, il progetto, la caratura. Caruso può essere un buon funzionario, ma non è un leader». Il tema, allora come oggi, non riguardava solo il coordinatore regionale, ma l’intero assetto del potere schifaniano: la presenza dei tecnici in giunta, la sovrapposizione permanente tra Palazzo d’Orléans e partito, l’assenza totale di momenti di confronto interno. «Da quando Schifani impose Caruso contro la proposta di Berlusconi – diceva Calderone – il partito non si è mai riunito. Per questo oggi è a pezzi».

Sembrava l’inizio di una resa dei conti. Invece, col passare delle settimane, quella resistenza si è sgonfiata. Tajani, impegnato sul fronte internazionale e alle prese con una leadership sempre più contendibile, non arriva in Sicilia per aprire una crisi ma per certificare una tregua. Anche perché sullo sfondo cresce un convitato di pietra che guarda oltre l’Isola: Roberto Occhiuto. Il governatore della Calabria, fresco di rielezione e in crescente sintonia con i Berlusconi, è diventato un riferimento per chi immagina un futuro post-Tajani, indirizzato verso un partito più liberale, meno subalterno a Lega e Fratelli d’Italia.

Intanto, però, la cronaca siciliana racconta altro. L’agenda di Tajani a Catania è fitta: incontri riservati, uno per uno, quindici minuti a testa, con una fila di deputati e dirigenti pronta a sfilare davanti alla sua stanza. A fare da pontiere sarà Falcone, che prova ad accreditarsi come interlocutore privilegiato di una parte del partito. Ma non tutti sono disposti a riconoscergli quel ruolo – su tutti il deputato catanese Salvo Tomarchio, subentrato all’europarlamentare all’Ars – e c’è già chi invoca incontri separati. Non abbastanza, però, da far esplodere una crisi che, col passare delle ore, appare sempre più smorzata.

Sabato, a Palermo, verrà celebrata invece la liturgia dell’unità: Tajani e Schifani insieme al Politeama, con Caruso a fare da anchorman. Nelle stesse ore, però, a Sant’Agata di Militello va in scena un’altra iniziativa sulla giustizia organizzata da Bernardette Grasso, altra aspirante al ruolo di assessore, senza il segretario nazionale. La posta in gioco non riguarda soltanto la separazione delle carriere, il rimpasto e la possibile sostituzione dei due assessori tecnici, ma il congresso regionale, la composizione delle liste per le prossime Politiche e, soprattutto, la futura candidatura alla presidenza della Regione.

In questo contesto Schifani gioca la sua partita con apparente nonchalance. Dice di non escludere modifiche anche nel suo partito, ammette che il tema degli assessori tecnici verrà affrontato “senza nessuna preclusione”, ma nel frattempo ricorda che “ci sono persone che stanno lavorando” e che “non è bello sentire parlare di sostituzioni”. Tradotto: decide lui tempi e modi (assieme ai patrioti di Fratelli d’Italia, che su di lui esercitano una presa maggiore rispetto ai forzisti).

E alla fine ogni spaccatura rischia di essere ricucita con gli strumenti classici del potere: una carica di governo o di sottogoverno, l’avanzo di amministrazione da due miliardi con cui imbastire la prossima Finanziaria estiva – che fa gola a tutti i deputati dell’Ars, figurarsi a quelli della maggioranza – qualche garanzia in vista del congresso. Schifani potrà fare man bassa di consenso e blindare anche la conferma di Caruso come coordinatore regionale. Forza Italia, ancora una volta, potrà dirsi insoddisfatta. Ma accomodata.