“È una sciagura annunciata. Che quel terreno fosse franoso lo sapevano anche i bambini”. Ma nessuno ha fatto niente. Tanto meno lui. Anzi, Nello Musumeci una cosa l’ha fatta. Ha firmato un Piano di assetto idrogeologico, nel 2022, quando era ancora presidente della Regione. Un Piano dal quale emergeva il livello di rischio per la città di Niscemi: R4, il massimo. Oggi, però, il Ministro della Protezione civile attacca gli amministratori “sprovveduti” e respinge qualsiasi addebito, con un’opera di rimozione politica senza eguali. Un conto è dire le cose quando sei all’opposizione e cambiare idea quando vai al governo (è successo anche a Giorgia Meloni); un altro è fare finta che al governo non ci sei mai stato.
Il caso Musumeci ha aperto un fronte fin qui sconosciuto dentro Fratelli d’Italia: quello delle responsabilità. Fin qui il partito della premier ha dovuto sopportare l’onta – soprattutto in Sicilia – di scandali, sperperi e guerre fra bande che hanno portato un pezzo della classe dirigente (quella che faceva riferimento a Manlio Messina) ad abbandonare la compagnia. Qui, però, siamo a un livello diverso, successivo. Musumeci sembra passato di lì per caso e fronteggia l’emergenza siciliana con una nonchalance surreale, finanche patetica, capace di attirare le critiche dell’opposizione (tra cui Matteo Renzi) e di molti commentatori.
“Leggendo le dichiarazioni del ministro Nello Musumeci a proposito della frana a Niscemi, viene da chiedersi: ma c’è o ci fa? Scarica sulle ‘autorità locali’ la responsabilità di avere sottovalutato i rischi legati alle fragilità del territorio – scrive il capogruppo del Pd all’Ars, Michele Catanzaro –, dimenticando che negli ultimi nove anni è stato presidente della Regione dal 2017 al 2022, e ministro per la Protezione civile dal 2022 ad oggi”. Molti, fra cui il deputato regionale di Controcorrente Ismaele La Vardera, si stanno muovendo, con carte alla mano, per dimostrare che l’onorevole Musumeci, oggi anche senatore, non è estraneo alle dinamiche della politica siciliana.
Eppure, da quando è finita la sua esperienza a Palazzo d’Orleans (bocciato dalla sua stessa maggioranza, che gli ha impedito di ricandidarsi), il Ministro sembra remare ostinatamente in direzione opposta e contraria. «Per le autorità locali la frana del 1997 non presentava più alcun problema, bisogna capire perché – ha ribadito il Ministro –. La questione fu posta nel 2022 quando ho voluto che si redigesse il piano sui rischi idrogeologici e i tecnici hanno confermato quello che tutti sapevano, cioè che il territorio di Niscemi era soggetto a frana». E quindi, cos’ha fatto per porvi rimedio? Nulla. “Del resto – ha spiegato lui stesso – da noi in Sicilia si dice ancora: «Comu finisci si cunta»”.
Oltre ai rapporti turbolenti con Schifani, emersi da subito, Musumeci si è dimostrato sempre poco generoso nei confronti della sua Isola (l’ex governatore è di Militello di val di Catania): non solo economicamente, mettendo sul piatto appena 33 milioni per affrontare le prime emergenze provocate dal ciclone Harry; ma anche mediaticamente, segnando una distanza sul piano morale che nasconde, alla base, una spruzzatina di rancore. È vero, Musumeci non ha mai ricevuto un avviso di garanzia durante i cinque anni a Palazzo d’Orleans, ma non tutti i suoi assessori hanno amministrato le finanze con la cura del buon padre di famiglia.
Ad ogni modo, come testimoniano le parole di qualche settimana fa a margine dell’inchiesta su Cuffaro, il Ministro pare continuamente risentito. E ha vuotato il sacco: “La Regione siciliana è fondata sul sistema clientelare e sul consociativismo parlamentare, lo diceva Giuseppe Alessi parlando nell’immediato dopoguerra. Quindi, nessuno si sorprenda. Il problema – aveva aggiunto Musumeci – è capire se si accetta questo sistema e si diventa complici o se invece ti metti di traverso e allora ti isolano e diventi divisivo, diventi un problema. Questa purtroppo è la tara che si porta dietro la politica siciliana”.
Chissà – se glielo avessero chiesto – cosa avrebbe detto il buon Nello dell’inchiesta per corruzione che pende sulla testa dei suoi colleghi di partito, Gaetano Galvagno ed Elvira Amata. Chissà, se qualcuno glielo avesse domandato, come si sarebbe espresso a proposito dell’ex patriota Carlo Auteri, capace di indirizzare fior di contributi culturali ad alcune associazioni dirette dalla madre e dalla moglie. E chissà quale sarebbe stato il giudizio impietoso sul metodo-Balilla, sugli affari di Cannes, sulla califfa De Capitani alla guida della Federico II, sulle collette organizzate dall’ex sindaco di Avola Cannata per tenere in piedi le sedi del partito. E sulle continue ingerenze di FdI per rimuovere il Direttore del Dipartimento Pianificazione strategica dell’assessorato della Salute, o per tentare di resistere alla cacciata di un altro fratellino, Ferdinando Croce, dalla guida dell’ASP di Trapani dopo un altro scandalo: quello dei referti istologici.
E chissà cos’avrebbe pensato Musumeci della compagine di governo che dal 2017 al 2022 ha governato la Sicilia ma non si è mai accorta (?) della gravità del quadro a Niscemi. Il Ministro ha un giudizio (severo e spietato) su tutto, tranne su ciò che lo riguarda. Meloni si era convinta di aver trovato una primula: lo aveva ricompensato della bocciatura degli alleati – niente bis – con un bel dicastero romano.
Oggi, però, si ritrova a fare i conti con qualcosa di più imbarazzante di un ministro distratto: un ex presidente che rinnega il proprio passato e un responsabile della Protezione civile che si comporta come se lo Stato fosse sempre altrove. È lecito chiedersi se questa rimozione sistematica delle responsabilità – tutta politica prima che amministrativa – sia davvero compatibile con l’idea di governo che Giorgia Meloni dice di voler rappresentare. Musumeci, chi? Non chiedetelo a lui. Ma, prima o poi, qualcuno dovrà chiederlo a Palazzo Chigi.


