Giorgia Meloni sfoglia la rubrica e affronta la scure che pende sulla sua maggioranza: il caro energia. La premier unge i rapporti con gli alleati, vecchi e nuovi, frutto di peregrinazioni estere, e prova a riscattare, con mosse casalinghe e non, spazi di manovra per abbassare i prezzi. Le telefonate partono nel Golfo, le richieste puntano all’Europa. Una serie di appuntamenti per ottenere sconti, tagli alle tasse e flessibilità. Se a Bruxelles il governo chiede miliardi da spendere subito, in Italia sfrutta il tandem con l’Eni, che dopo il tetto ai prezzi di benzina e gasolio sforbicia del 30% le bollette di luce e gas. “Spero che anche altri attori diano una mano”, è l’appello di Meloni.
Meloni si rifugia in Claudio Descalzi, capo dell’Eni. L’azienda italiana applica il price cap ai suoi distributori di carburanti: 1,99 euro al litro per la benzina, 2,19 per il diesel. Parte del mercato si deve adeguare. Si aggiunge IP, grazie ai buoni uffici in Azerbaigian, come rivendicato dal vicepremier Antonio Tajani. Oggi anche il Kuwait, che la premier ringrazia “per aver accolto l’appello per calmierare il prezzo dei carburanti”. Eni, spiega il ministro delle Imprese e del made in Italy Adolfo Urso, “ha aperto la strada, le altre compagnie l’hanno seguita e hanno deciso di venire in soccorso delle famiglie italiane”. La moral suasion dell’esecutivo, apprende Huffpost, adesso punta a Esso e Tamoil, finora ferme.
Nel turbinio pre-elettorale, Meloni sa che gli italiani, scheda in mano, arriveranno alle urne con una mano sul portafoglio, su cui incidono sempre di più i beni energetici. Per invertire la rotta bisogna muoversi alla svelta. Andrebbero coinvolti anche i distributori indipendenti, che rappresentano circa 22.000 impianti. Non è solo la benzina, però. La crisi di Hormuz, ancora prima il tappo dal gas in arrivo dalla Russia dopo l’invasione dell’Ucraina, ha fatto schizzare le bollette.


