Il voto alle suppletive di Reggio ha aperto la questione “forzista”. Nel senso che riguarda Forza Italia, un partito lacerato, in crisi nei sondaggi, che non riesce ancora ad affrancarsi dalla figura paterna e rassicurante, ma di recente assai goffa, del leader che ha ereditato le redini da Berlusconi (ieri il Cav. avrebbe compiuto 90 anni, sai che dispiacere): cioè Antonio Tajani. Il ministro delle gonne lunghe.
Il nuovo deputato eletto, Fabio Roscioli, tesoriere nazionale di Forza Italia e uomo di fiducia della famiglia Berlusconi, appartiene alla corrente del rinnovamento, quello che la famiglia Berlusconi – capitanata da Marina – da tempo spera di introdurre nella vita del partito, allo scopo di catturare voti ed energie che altrimenti saranno disperse per sempre. L’ondata calabrese è rappresentata, soprattutto, da quel Roberto Occhiuto che al momento rappresenta l’unica alternativa allo status quo, l’unico appiglio al liberismo e al garantismo che Forza Italia ha quasi smesso di praticare, una delle poche scope nuove.
Al netto di piccoli e sentiti cambiamenti (l’avvicendamento di Gasparri con Stefania Craxi, o l’addio volontario di Barelli), come dimostra la Sicilia, Forza Italia è un covo di rendite, posizioni e interessi che ha provocato tanti malumori ma nessuna rivoluzione. Nell’Isola, per esempio, il segretario del presidente della Regione, dopo aver presidiato il partito per anni, è stato sostituito niente meno che da un commissario (Minardo), ma il quadro è rimasto più o meno uguale e l’unico interesse di Tajani è provare a comprimere i nuovi slanci. Come nel caso di Giorgio Mulè e Marco Falcone.
Il voto calabrese, però, è un indizio. Dice che sotto la cenere qualcosa continua ad ardere. Occhiuto ha approfittato del successo per dire ciò che pensa da tempo. Forza Italia deve essere «più smart», non può sembrare ferma a venti o trent’anni fa e non può limitarsi a evocare Berlusconi: “Tajani ha il gran merito di aver fatto sopravvivere il nostro partito quando nessuno ci credeva – ha detto al Corriere della Sera -. Ora il compito di ciascuno di noi è attualizzare ciò che FI è stata”. Soprattutto, deve tornare a parlare ai liberali e ai riformisti e smettere di apparire, agli occhi dei giovani, «un po’ ingiallita». La sua è una contestazione del modo in cui il partito è rimasto in piedi dopo il Cavaliere.
Tajani ha avuto il merito di non farlo implodere. Ma sopravvivere e ripartire sono due concetti diversi. E Occhiuto, che non a caso intrattiene un rapporto solido con Marina Berlusconi, oggi può permettersi di porre il problema con un risultato elettorale alle spalle. Marina da tempo lascia filtrare l’esigenza di un ricambio vero: nuove facce, nuove idee, un partito meno impolverato. Il punto, come sempre, è capire chi dovrebbe farsi da parte per fare spazio.
In Sicilia la domanda è persino più urticante. Giorgio Mulè l’ha posta frontalmente dopo le amministrative, parlando di rinnovamento etico e politico e mettendo nel mirino le rendite di posizione. Poi, quando è cominciato il toto-nomi per Palazzo d’Orléans, ha offerto la propria disponibilità. A settembre ha riconosciuto a Schifani di aver «fatto ripartire» la Regione, ma ha aggiunto che la scelta del candidato va fatta presto.
Marco Falcone, dopo la fuga di Tommaso Calderone verso Vannacci, ha pronunciato parole persino più pesanti. Si è detto «molto dispiaciuto» e «preoccupato», quindi ha chiesto che ogni sforzo venga concentrato sul rilancio di Forza Italia, attraverso meritocrazia, nuove energie e una proposta liberale. È la stessa grammatica di Occhiuto, depurata dalla voglia di rottamazione: apertura, selezione della classe dirigente, ritorno all’identità originaria.
La conservazione degli equilibri attuali, a Roma come a Palermo, non può essere garantita ancora a lungo. Il nodo, alla Regione, si chiama Renato Schifani. Il presidente considera naturale il secondo mandato e Tajani lo ha fin qui protetto. Ma proprio la Sicilia dimostra quanto sia difficile predicare il rinnovamento senza arrivare prima o poi al tema delle candidature. Se servono nuove energie, se vanno premiati merito e radicamento, se il partito deve smettere di apparire ingiallito, allora la domanda sul bis non può essere espulsa dalla discussione solo perché disturba.
Minardo ha provato più volte a spegnere il toto-nomi e a riportare tutti sul governo. Comprensibile: aprire adesso la successione significherebbe consumare un anno in una guerra interna. Ma non basta più dire che il dibattito è prematuro. Mulè resta lì, Falcone pure. E Fratelli d’Italia ha già fatto sapere che, se il candidato non fosse Schifani, non sarebbe automatico che la presidenza resti a Forza Italia.
Tajani può sempre decidere di frenare le ambizioni, rinviare congressi e candidature. Può persino tenere insieme un partito che continua a perdere pezzi senza trasformare ogni addio in una crisi. Ma non può cancellare la domanda che arriva dalla Calabria e rimbalza in Sicilia: cosa deve diventare Forza Italia? Reggio non ha dato una risposta definitiva, ha però consegnato un argomento a chi sostiene che qualcosa vada rivisto. Perché “rinnovamento” è una bellissima parola finché non arriva il momento di scegliere chi deve rinnovarsi.


