“Non si muovono sulla notizia di irregolarità. Vanno a cercarle a strascico, le irregolarità. Mandano degli ispettori del ministero alla Biennale col mandato di trovarle. In modo che siano le irregolarità amministrative a bloccare la scelta artistica di Pietrangelo Buttafuoco. Lo trovo fantastico, e rivelatore di un problema più generale”. Ezio Mauro, direttore di Repubblica per vent’anni, una delle voci più importanti del giornalismo italiano, uomo di sinistra, ovviamente, sta parlando della guerra ormai nemmeno tanto sotterranea che il governo Meloni ha dichiarato a Buttafuoco, presidente della Biennale di Venezia. La destra politica contro un intellettuale di destra? “Se pensavano che Buttafuoco facesse l’esecutore dei desideri del governo hanno sbagliato persona, o forse invece avevano messo la persona giusta ma non hanno l’intelligenza e il codice per comunicarci”. Il motivo del contendere, almeno quello dichiarato, è la scelta di Buttafuoco di riammettere la Russia alla Biennale. Cosa che ieri ha provocato le dimissioni della giuria, che aveva dichiarato che non avrebbe messo piede né nel padiglione russo né in quello israeliano. Ma Mauro invita a non fermarsi alla superficie. “Intanto non si criminalizza un popolo per le scelte di un governo”, dice. “E naturalmente si considera che l’arte sia libera”. Fin qui, la difesa di principio. Ma aggiunge subito il rovescio: “Nel momento in cui inviti l’arte di un paese in guerra, dove gli spazi di libertà interna si stanno restringendo, devi farti una domanda. L’arte che invito è libera? O è espressione di quell’esercizio dittatoriale della sovranità?”. Non c’è, insiste Mauro, una bolla artistica dove l’organizzatore culturale è esente da responsabilità. La creazione è libera. Ma l’uso politico che se ne fa è un problema che chi governa la cultura deve porsi. Tuttavia questo, appunto, è il merito. E il governo non si è mosso sul merito. Manda gli ispettori. Pretende ubbidienza. “Solo che Buttafuoco ha lo stesso statuto dell’artista”, dice Mauro. “Perché è organizzatore di un evento culturale. Deve potersi muovere liberamente. E non deve certamente stare ai diktat, né farsi interprete della politica del governo”. Continua su ilfoglio.it