
Nino Minardo
Con la nomina di Nino Minardo a commissario regionale del partito, diventa forte la tentazione di credere che tutti i problemi di Forza Italia finiscano in soffitta. E in effetti la diplomazia del presidente della commissione Difesa della Camera, che ha già rivestito questo incarico nella Lega di Salvini, induce all’ottimismo. Ma sono troppe le scorie accumulate in questi mesi per ipotizzare che Minardo rappresenti la svolta. Che da uomo d’equilibrio diventi l’equilibrista capace di mediare fra il capo del governo Schifani, l’ex ministro assai influente, Totò Cardinale, e la fronda dei “giovani turchi” capeggiata da Mulè e Falcone. Senz’altro ci proverà.
Era stato quest’ultimo, Marco Falcone, a esprimersi storcendo il naso: “Nulla di personale – aveva dichiarato alla vigilia – ma serve qualcuno radicato sul territorio”. Minardo, da anni, agisce lontano dalla sua Modica. Osservando con la “giusta” partecipazione le vicende che hanno finito per sfibrare i berluscones nel loro fortino elettorale (nonostante il risultato tragico del referendum sulla giustizia).
Basta tornare ai nostri giorni. Al fronte già aperto – quello che vede contrapposti i filo-governativi, che fanno capo a Schifani, e i ribelli, esponenti dell’asse mulè-falconiana – si era appena aggiunta un’altra crepa: quella fra il presidente della Regione e il segretario nazionale Antonio Tajani. L’assenza di Schifani alla celebrazione dei 50 anni del Partito Popolare Europeo, a Roma, sarebbe stata letta in questo senso.
A questo punto, però, occorrono un paio di strumenti per misurare la tensione. Intanto la smentita di Schifani, che si trovava a Niscemi per verificare lo stato di messa in sicurezza della frana: “Mi sono sentito con Antonio sia ieri che oggi, ci sentiamo spessissimo – ha detto Schifani ai cronisti -. Ho anticipato questa mia visita e lui ha condiviso la scelta: era giusto venire a verificare come stanno le cose a Niscemi”. Il secondo strumento è l’esclusione di Schifani dal novero dei vicesegretari di partito: all’epoca, era il febbraio ’24, passò la candidatura del “collega” Occhiuto, mentre il governatore siciliano finì a fare il presidente del Consiglio nazionale.
Non sempre fra Schifani e Tajani sono state rose e fiori. Il primo, in occasione delle Europee, avrebbe voluto federarsi con la Democrazia Cristiana dell’amico Totò Cuffaro, operazione ripudiata dal segretario che si sarebbe presentato a Taormina con Caterina Chinnici per scongiurare qualsiasi inciucio. E adesso il commissariamento, che ha comportato la rimozione di Marcello Caruso, che è anche capo della segreteria tecnica del presidente della Regione (e da oggi responsabile del dipartimento insularità di FI). A chiedere aria nuova erano stati i soliti Mulè e Falcone, e Tajani – dopo il colloquio con Marina e Piersilvio Berlusconi – si è convinto (ma non poteva fare molto altro) di dare seguito allo svecchiamento dei quadri dirigenti.
Fare fuori Caruso rappresenta però la prima, vera spallata a Schifani. Che ha avanzato la pretesa del bis – nonostante un’azione di governo paralizzata – ma non ha neppure la forza di controllare i suoi. La nomina di Minardo (molto vicino a Cardinale) determinerà in ogni caso un cambio di paradigma: in Forza Italia Sicilia a comandare non è soltanto uno.
Peraltro Caruso si era affrettato a mettere sul piatto la propria ricandidatura in caso di congresso: carta straccia. Mentre Mulè ormai non fa mistero delle proprie ambizioni: “Qualora e quando il partito o Antonio Tajani ritenessero che io possa essere utile, ne parleremo e vedremo cosa fare. Si deve cercare, soprattutto in Sicilia, una forma che deve essere, come ho sempre detto, unitaria e che esalti il confronto tra i deputati, i consiglieri, i sindaci e rivitalizzare il partito, all’interno del quale si parli e ci sia dialogo”.
Da quando c’è Caruso – denunciano gli oppositori – non si è mai parlato. Non è stata convocata neppure una segreteria regionale, niente di niente. E non si è disposti neppure ad ascoltare: giovedì pomeriggio, nel corso della presentazione del libro “Palermo di chitarra e coltello”, del direttore Giuseppe Sottile, all’oratorio Santa Cita di Palermo, l’assessore alle Attività produttive, Edy Tamajo, ha abbandonato la sala in maniera plateale, prima dell’intervento di Mulè. Tamajo, da sempre nell’orbita di Cardinale, grazie all’opera paziente dell’ex Ministro delle Comunicazioni è riuscito a riannodare i rapporti con Schifani dopo aver espresso via messaggio, ad alcuni amici, l’intenzione di succedergli a palazzo d’Orleans. Rappresenta l’altro bomber di razza, a volte un po’ troppo ingombrante, su cui il governatore proverà ad appoggiarsi per resistere all’assalto dei “giovani turchi”.
Ci sta già provando, Schifani. Già da prima del commissariamento ufficializzato venerdì sera (con annessi auguri a Minardo: “Lo conosco da moltissimi anni e ho sempre apprezzato il suo equilibrio e il suo senso delle istituzioni), il presidente ha fatto trapelare che avrebbe spedito Caruso a fare l’assessore: non importa la delega, ma dare l’impressione di avere il pieno controllo. Se poi il rimpasto è appeso da cinque o sei mesi alle vicende processuali di Amata o al tormentato rientro in giunta della Dc, poco importa. Nessun imbarazzo. “Non rispondo alle polemiche di chi si lascia andare a battute – ha detto Schifani da Niscemi -. Io sono qui per lavorare per i siciliani e continuerò a farlo. Il mio interlocutore sono i siciliani, non chi fa battute e polemiche”.
Il riferimento era ancora a Mulè, che aveva detto: “Io i rimpasti non li digerisco, per me esiste soltanto un governo saldo: un rimpasto, il conte Ugolino, quello che mangia i figli e altro, è solo quel teatrino della politica che allontana le persone. E questo è nemico della stessa politica. Si parla di rimpasto da troppi mesi, quindi abbiamo una indigestione a furia di parlare di rimpasti”. E aveva aggiunto: “Il messaggio che passa è che si litiga per un posto da assessore e questo non va bene. Non va bene soprattutto perché se ne parla da mesi. Quanto tempo ha impiegato Giorgia Meloni per sostituire ministri e sottosegretari? Un giorno”. La guerra non è ancora finita.


