Partito politico o compagnia degli scandali? Modello Meloni o modello Balilla? A Zafferana Etnea Fratelli d’Italia celebra “Etna Tricolore” (appuntamento nel weekend) con fumi patriottici, tavoli programmatici e la Compagnia dell’Anello sulla cima del Mito. Appena si scende dall’epica alla cronaca siciliana, però, il mito si sgonfia. Resta la peggiore pagina politica scritta dai patrioti: inchieste, processi, assessori in affanno, guerra fra correnti e questione morale rimandata a “poi vediamo”.
Il commissariamento avrebbe potuto – anzi, doveva – segnare una cesura. Luca Sbardella è arrivato in Sicilia quando la casa era già piena di crepe, dopo le dimissioni di Manlio Messina da vicecapogruppo alla Camera e una guerra interna che Roma non poteva più ignorare. Doveva essere il segnale della bonifica e cancellare rendite e tribù. Ma se il mandato era restituire credibilità ai Fratelli di Sicilia, il risultato ènon si vede.
Il punto d’origine resta Manlio Messina. Per anni è stato il custode del marchio, l’esponente principale della corrente turistica. È stato assessore nella stagione di SeeSicily, il piano nato per rilanciare l’Isola e rimasto impigliato in verifiche, spese contestate, rilievi europei e sospetti di spreco. Poi c’è Cannes, con milioni di euro destinati a una società lussemburghese per l’organizzazione di uno shooting fotografico su donne e cinema alla Croisette. Il caso è esploso all’inizio della legislatura, quando al Turismo sedeva Francesco Scarpinato; e quando persino Schifani, stanco di certi abusi, decise di sospendere in autotutela l’ultimo provvedimento, che assegnava senza bando 3,7 milioni al signor Nassogne.
Poi il Balilla ha rotto con FdI e con Giovanni Donzelli. Sembrava pronto a far tremare via della Scrofa. Aveva promesso di spiegare tutto, di aprire il telefono, di raccontare cosa lo muoveva e cosa muoveva chi gestiva il partito. Pareva l’ora della verità. Poi niente. La conferenza stampa è stata annullata per non fare un favore alla sinistra. Chi aveva promesso di sputtanare i vecchi compagni ha rinunciato a vuotare il sacco. Ma il Balilla non solo non ha salvato FdI, ma ha alimentato il sospetto e confermato quanto fosse profonda la palude.
Anche uno dei suoi allievi, Carlo Auteri, aveva già fatto la propria parte. Le cronache hanno raccontato dei contributi regionali finiti ad associazioni e società riconducibili, secondo le ricostruzioni giornalistiche, a familiari o persone vicine al deputato: Progetto Teatrando, con sede nell’abitazione della madre, e Abc Produzioni, indicata come riconducibile alla moglie. Auteri si è autosospeso, poi ha proseguito altrove (nella Dc). Ma il problema non è il suo destino individuale. È l’ambiente politico che lo ha prodotto e tollerato.
Poi c’è Elvira Amata. Rinviata a giudizio per corruzione, ma ancora assessora regionale al Turismo, allo Sport e allo Spettacolo. La presunzione d’innocenza è intatta, però la politica non è un’aula di tribunale: non dovrebbe attendere l’ultimo grado di giudizio per capire se un assessore al Turismo, in una Regione già devastata dai casi sul Turismo, potesse restare lì come se nulla fosse. Su di lei pende una mozione di censura che il presidente dell’Ars, Gaetano Galvagno, non ha ancora calendarizzato a distanza di mesi.
Il nome più pesante resta proprio quello di Galvagno, anch’egli coinvolto in un’inchiesta per corruzione e peculato. Il presidente dell’Ars ha scelto il giudizio immediato, saltando l’udienza preliminare, ed è imputato davanti al tribunale di Palermo. La difesa ha chiesto il trasferimento del processo a Catania e i giudici dovranno pronunciarsi. Il presidente del Parlamento affronta un dibattimento mentre Fratelli d’Italia continua a comportarsi come se fosse una faccenda privata.
E poi ci sono gli assessori. Alessandro Aricò è il volto politico di un disastro che non può essere raccontato come fatalità. La A18, con le code chilometriche e gli automobilisti costretti ad aprire gli ombrelloni sull’asfalto, è diventata la cartolina di una Sicilia amministrata sempre dopo l’emergenza. Il Cas non è finito sui giornali soltanto per le code: c’è l’inchiesta sui casellanti accusati di avere sottratto denaro dai pedaggi, ci sono svincoli che diventano imbuti, c’è la multa da 500 mila euro dell’Antitrust confermata dal Tar. Le responsabilità penali saranno accertate dai giudici, ma la responsabilità (e l’inefficienza) politica è già davanti agli occhi di tutti. Perfino un deputato di Forza Italia (Salvo Tomarchio) ha chiesto le dimissioni dei vertici del Consorzio autostrade, eppure c’è chi nel governo regionale ha ancora il coraggio di fingere che basti vigilare da lontano.
Giusi Savarino, al Territorio e Ambiente, ha messo invece la firma sulla figuraccia di Mondello. La Regione revoca la concessione alla Italo-Belga, il Tar in un primo momento regge l’impianto, poi arriva il Cga e sospende gli effetti del provvedimento fino al 30 settembre, proprio per evitare che la stagione balneare venga travolta dall’incapacità dell’amministrazione di organizzare il passaggio di gestione. La Regione ha voluto liberare Mondello senza dimostrare di sapere cosa farne il giorno dopo.
Etna Tricolore rischia così di diventare la scenografia di una rimozione collettiva. Si parlerà di pubblica amministrazione dopo il Pnrr, ma il partito non ha chiarito che idea abbia della pubblica amministrazione quando i contributi finiscono nel circuito di amici e pagnottisti (il più celebre ha appena ospitato Sbardella al bar della domenica). Si parlerà di infrastrutture, ambiente, famiglia e giovani, ma la Sicilia reale continua a misurarsi con strade indecenti, turismo senza strategia e fedeltà scambiata per competenza.
La verità è che Fratelli d’Italia in Sicilia ha un problema di credibilità enorme. Il partito che a Roma pretende di incarnare ordine e disciplina, nell’Isola si è fatto inghiottire da una compagnia di giro. Sulla cima dell’Etna potranno anche portare la Compagnia dell’Anello. Ma il viaggio più urgente sarebbe quello fra i “terreni”. Lì bisogna rispondere a una domanda semplice: Fratelli d’Italia nell’Isola vuole essere un partito di governo o la compagnia degli scandali? Finora la risposta l’ha scritta la cronaca.


