Un primato indecoroso in Sicilia. Ci sono voluti cinquant’anni per realizzare a Palermo un asilo nido. Non un’opera complessa e discussa come il ponte sullo Stretto, ma un modesto riparo per bambini in un borgo marinaro. Piccola opera pubblica ma servizio comunitario essenziale per rendere credibili le molte sparate populiste sul recupero delle periferie e la salvaguardia dei minori. Che riempiono la bocca di modesti ciarlatani, vuoti retori manipolatori di parole.
Al vento per lo più, considerato lo stato pietoso in cui versano le aree anche meno periferiche di una città che fu un tempo ricca di cultura e di bellezza. Di quella Palermo in un tempo perduto, caput regni e poi ben tenuta e curata, con verde e palazzi di livello e linde borgate marinare. Prima che ignoranza, speculazione ed avidità, nell’indifferenza e complicità della politica e della mafia la sfregiassero.
Un destino che ha colpito anche un borgo che fu un tempo di pescatori e poi è stato riempito di palazzacci di scarso pregio e di case popolari mal tenute e mal abitate. Intere generazioni sono passate divenendo genitori e nonni senza sapere che cos’è un asilo pubblico.
Allo Sperone, che prende nome da un antico orrore, quello di esporre le vittime di esecuzione pubblica al ludibrio, un’antica sporgenza come una tribuna naturale da cui avveniva la tremenda esibizione.
Oggi si offrono ai cittadini bonus e” piccioli mansi” in luogo di servizi che non riescono ad arrivare. Che durano anni e sbattono contro complicazioni burocratiche e incapacità amministrative. L’efficienza se mai ci fu, perduta e dimenticata. Mentre non si lascia alcuno spazio alla competenza ed al merito.
Si trasforma la democrazia nella ricerca estenuante di un magro consenso fra pari disgraziati, alla ricerca di posti e di qualche favore.
In questo caso la primitiva costruzione nel 1970 fu realizzata ma mai usata. Il tempo e l’incuria la fecero degradare, vandalizzata nell’indifferenza degli abitanti e delle amministrazioni. Finalmente i lavori furono appaltati di nuovo a fine anni ’90. Ma l’impresa dovette cessare l’attività sotto la pressione criminale e abbandonò l’opera. Che rimase esposta alla vandalizzazione ed al degrado fino ad oggi. Ormai finita ma non ancora in uso.
Questa realtà, estrema ma emblematica di uno stile di governo locale, fa venire in mente pensieri dolenti. Sulla crisi e il fallimento della democrazia e della autonomia locale.
Fa pensare che sarebbe essenziale ridare spazio ai tecnici ed alla gestione aziendale e misurata invece che alla improduttiva e ignorante appropriazione del potere pubblico da parte di piccole cordate locali. Più interessate al micro-consenso da mantenere ad ogni costo con qualche modesto privilegio personale, che alla realizzazione di programmi per tutti.
Col degradare della politica ad arte di sopravvivere senza governare. Con strepito e rumore senza costrutto. Riproponendosi alle elezioni il ritorno del sempre uguale.
La Sicilia che avrebbe dovuto svilupparsi come modello di autogoverno, in mano ormai per lo più, a piccole bande di “personaggini” senza arte né parte. Mentre cresce il disonore e la vergogna.
E i bambini giocano in mezzo a strade in generale sporche e dissestate, con un traffico bestiale nonostante la cura riconoscibile di isolati buoni amministratori.
Eppure, questa democrazia così storta bisogna difenderla. E spronare i giovani dabbene a non andarsene, a non lasciare il campo agli avventurieri, a prendersi a cuore il bene comune. “Se cinquanta anni vi sembran pochi”.


