Tempus fugit. Giorgio Mulè lo dice parlando della Sicilia, dopo avere confermato ancora una volta la propria disponibilità a candidarsi alla presidenza della Regione. Ma il tempo non stringe soltanto per lui. Corre per Carolina Varchi, che ha aperto il cantiere di “Palermo Capitale” mentre Fratelli d’Italia considera ancora la conferma di Roberto Lagalla la soluzione più comoda. E corre per Ismaele La Vardera, che ha annunciato la candidatura a Palazzo d’Orléans senza aspettare che il campo largo decidesse se accettarlo, contrastarlo o sottoporlo alle primarie.
Non è una semplificazione anagrafica. La Vardera ha 33 anni, Varchi 43, Mulè 58. È piuttosto una generazione politica che prova ad anticipare gli apparati, anche a costo di diventare scomoda dall’interno. Tre esperienze lontane, senza un progetto comune e con percorsi difficilmente sovrapponibili, che però stanno imprimendo un movimento nuovo alla scena siciliana.
Nell’intervista di ieri al Foglio Mulè chiede che alcuni congressi regionali di Forza Italia vengano rinviati e che quello nazionale si celebri soltanto dopo le elezioni. Il partito, sostiene, non può arrivare al voto dilaniato da una stagione congressuale organizzata male e utilizzata per regolare i rapporti fra correnti. Cita il caso della Campania, anche se la tregua congressuale non deve (non può!) trasformarsi in immobilismo politico. «Nelle città, in regioni come la Sicilia, dobbiamo scegliere adesso i candidati, altrimenti è troppo tardi». Poi la frase più tagliente: «Perché perdere tempo o continuare a trastullarsi con le cene a casa di La Russa?».
Il senso del suo tempus fugit non è un invito ad accelerare la guerra interna, ma a sospenderla per tornare a fare politica. Obbligare Forza Italia a decidere quale proposta, quale classe dirigente e quale candidato offrire alla Sicilia. Renato Schifani considera naturale la propria ricandidatura e gli alleati, salvo qualche sortita, evitano di contraddirlo. Finché nessuno stabilisce tempi e criteri della scelta, il secondo mandato può essere presentato come l’unico sbocco possibile. Mulè ha rotto questo automatismo senza trasformare la propria disponibilità in una sfida personale al presidente: «L’ho sempre detto, sono a disposizione, qualsiasi sia la scelta del partito».
La candidatura, però, è soltanto il terminale di un ragionamento più ampio. Nell’intervista Mulè ha indicato le proposte che intende portare ai tavoli di FI: una misura strutturale per aumentare le pensioni minime, un intervento sul caro-libri, la sanità e l’estensione della flat tax. Anche sul fine vita parla di un dovere «etico-morale» e costituzionale che supera il programma di governo e considera una legge una battaglia di civiltà e di rispetto della dignità umana.
Il «risanamento etico», il «rinascimento politico» e la «sana e onesta intransigenza» evocati nei mesi scorsi assumono così un significato più concreto. Riguardano la selezione delle priorità, delle alleanze e della classe dirigente. Dopo gli scandali e le inchieste che hanno attraversato la legislatura in Sicilia, Mulè chiede a Forza Italia se sia possibile presentarsi agli elettori senza cambiare metodi e uomini. È una questione che investe Schifani, anche quando il suo nome non viene pronunciato.
Carolina Varchi ha aperto una crepa analoga dentro Fratelli d’Italia. “Palermo Capitale” è stato presentato come un laboratorio rivolto a cittadini, professionisti, associazioni e società civile. Non contiene l’annuncio formale di una candidatura a sindaco, ma introduce una discussione sulla città dei prossimi anni (“Andare oltre l’ordinaria amministrazione”) proprio mentre il partito considera la conferma di Roberto Lagalla il punto dal quale non allontanarsi.
La reazione ha mostrato quanto l’iniziativa fosse politicamente valida (e insidiosa). Ignazio La Russa ha telefonato al sindaco per rinnovargli la propria stima. Il commissario regionale Luca Sbardella ha definito legittimo e persino meritevole il progetto di Varchi, precisando però che non mette in discussione l’uscente. Ma “Palermo Capitale” nasce perché quella discussione non può essere chiusa in anticipo. Rifiuti, crisi idrica, periferie, mobilità e il susseguirsi delle emergenze a Mondello impediscono di trasformare la ricandidatura di Lagalla in un automatismo. Più che il progetto, a creare inquietudine è la possibilità che da quel laboratorio emerga una leadership autonoma, capace di rivolgersi alla città senza passare interamente dalle gerarchie.
La Vardera quella fase l’ha già superata. Non ha chiesto ai partiti del campo progressista il permesso di candidarsi. Ha annunciato la corsa per Palazzo d’Orléans, costruito Controcorrente, aperto sedi territoriali, reclutato amministratori e collegato il movimento a Progetto Civico Italia. Questo weekend ha convocato ad Agrigento Conte, Bonelli, Fratoianni, Provenzano, i sindaci di Roma e Napoli, costringendo il centrosinistra a riunirsi in un appuntamento organizzato da lui.
L’ex Iena, ovviamente, parte da una posizione diversa rispetto agli altri due. Non deve conquistare un grande partito né modificarne la linea. Ha costruito Controcorrente attorno alla propria capacità di trasformare le denunce in consenso, utilizzando strumenti e linguaggi che la politica tradizionale guarda spesso con sufficienza. Il limite è quello di ogni esperienza fortemente personale: far coincidere la proposta con il suo interprete. Ma gli Stati generali segnano senz’altro il passaggio dalla protesta alla costruzione di un’offerta.
Le tre esperienze restano profondamente diverse. Dimostrano però che gli equilibri possono essere incrinati anche senza aspettare il permesso di chi li governa. È questo che, nella politica siciliana riunita a Ragalna per confermare se stessa, continua a fare paura.


