A Schifani è bastato apparire tronfio nel giorno delle celebrazioni dell’Autonomia siciliana – «si va avanti fino alla fine della legislatura» – per scuotere dal torpore i partiti del centrodestra. Che, a chiare lettere, gli hanno fatto capire che no: non è così semplice. Nell’arco di un solo fine settimana quasi tutti, dalla Lega a Fratelli d’Italia, passando per Forza Italia e autonomisti, hanno cominciato a chiedere una verifica. L’ennesima. Che probabilmente non porterà a nulla, se non alla solita ammuina: una trattativa sulla gestione dell’avanzo d’amministrazione, un bilancio disincantato delle Amministrative – dove il centrodestra va diviso – e il tentativo, sempre più faticoso, di rimettersi in marcia nell’ultimo anno che separa la legislatura dalla sua scadenza naturale. Fermo restando che molti, almeno a parole, cominciano a evocare il voto anticipato. A ottobre? Chissà.

Attorno a Schifani si è formato un questionario politico al quale il presidente continua a sottrarsi. Ha dato retta, per ora, solo a Giorgio Assenza, che chiedeva una specie di conclave della maggioranza: tutti dentro, i 44 deputati del centrodestra, compresi i franchi tiratori, per capire se esiste ancora una coalizione o soltanto una somma di risentimenti. Ma mentre il governatore accetta il rito della riunione (la data è da fissare, probabilmente dopo i ballottaggi di giugno), le domande si moltiplicano. E nessuna è davvero comoda.

La prima arriva da Fratelli d’Italia. «Di sicuro, non si può andare avanti così», ammette Luca Sbardella, coordinatore dei meloniani in Sicilia. «Le elezioni anticipate? È normale che quando in Assemblea regionale non riesci più ad approvare nulla di ciò che porta il governo o la maggioranza, una riflessione va fatta e seriamente». Tradotto: se ogni passaggio d’Aula diventa una corrida, il problema non può essere archiviato come un incidente tecnico. Secondo Sbardella, che però non è riuscito nemmeno a fare pulizia all’interno del suo, di partito, «o si trova una ragione per andare avanti, o è tutto inutile. Di sicuro, non possiamo andare all’Ars a prendere schiaffi tutte le volte e a consentire che a decidere sia Cracolici o il resto dell’opposizione».

La seconda domanda la pone la Lega, e riguarda il metodo ma anche il merito. «Fare finta di nulla è ipocrisia – ha detto Vincenzo Figuccia -. Quanto accaduto in questi giorni, anche in Aula, non può essere ignorato. Non possiamo continuare a nascondere la polvere sotto il tappeto». Anche qui, la verifica non viene presentata come un capriccio, ma come l’effetto di una maggioranza che non riesce più a nascondere le crepe. «Questa maggioranza presenta criticità evidenti che neppure il recente mini-rimpasto sembra essere riuscito a risolvere».

E poi c’è la sanità, cioè il campo minato per eccellenza. Figuccia parla di «liste d’attesa interminabili, reparti in sofferenza, pronto soccorso in affanno» e della necessità di un maggiore coinvolgimento della sanità accreditata e convenzionata. L’assessorato è passato a Marcello Caruso, dopo l’uscita di Daniela Faraoni, considerata da molti vicina al Carroccio. Una scelta, per la verità, che non è andata giù neppure a Forza Italia. Non tanto per l’addio a Faraoni, considerata una “tecnica”; quanto per l’arrivo di Caruso, un altro che da coordinatore regionale non era mai riuscito a convocare una segreteria, né a garantire rappresentanza al governo al suo stesso partito.

L’altro giorno a Enna si è riunito il gruppo dei berluscones all’Ars. I deputati azzurri, insieme al neo commissario Nino Minardo e senza il governatore, hanno raccontato una legislatura vissuta da comprimari: poco dialogo, poche riunioni, poco ascolto, nomine apprese dai giornali, la sensazione di essere rimasti «murati vivi». Il partito del presidente non si sente favorito dal presidente. Si sente scavalcato. Dalla riunione sono filtrate frasi pesantissime: «Non abbiamo mai toccato palla, non abbiamo portato a casa nulla». Qualcuno ha sintetizzato il paradosso con una formula crudele: essere il partito del presidente, invece di un vantaggio, «si è rivelato un handicap». La domanda, in fondo, è semplice: che cosa va a raccontare Forza Italia ai propri elettori se il governo regionale guidato da un forzista non ha dato centralità nemmeno ai forzisti?

Nemmeno il Movimento per l’Autonomia, ottenuto l’assessorato con Elisa Ingala dopo una lunga trattativa e dopo la promessa post-Europee, si accontenta più della presenza in giunta. L’on. Santo Primavera ha confermato il sostegno al governo, ma ha chiesto «una fase di confronto politico e programmatico sulle grandi riforme necessarie alla Sicilia». Il punto, per gli autonomisti, è spostare la discussione dai nomi ai contenuti: autonomie locali, decentramento amministrativo, famiglia, povertà, lavoro, sanità. Primavera lo dice con chiarezza: «In questo scorcio finale di legislatura serve un dialogo concreto tra Governo e Parlamento regionale, nell’interesse della Sicilia e dei siciliani».

Il risultato è che tutti chiedono qualcosa a Schifani. Fratelli d’Italia una ragione politica per non staccare la spina. La Lega peso e ascolto. Forza Italia chiede dignità interna, ruolo, nomine, riconoscimento. I deputati chiedono di non essere convocati solo quando bisogna contarsi. E il presidente, fin qui, risponde con la formula più vecchia del repertorio: avanti fino alla fine. Adesso, forse, arriverà il conclave. Si parlerà di amministrative, di avanzo d’amministrazione, di priorità dell’ultimo anno di legislatura. Si useranno parole solenni: responsabilità, rilancio, collegialità, territori. Poi ciascuno tornerà al proprio posto, almeno per un po’. Ma la domanda resterà lì, sul tavolo: Schifani ha ancora una maggioranza politica o soltanto una maggioranza numerica? Perché la differenza, all’Ars, si vede subito. Come dimostrano le polpette avvelenate dei franchi tiratori…