Ogni mattina Palermo potrebbe aprire il giornale come si apre un messale e andare a cercare il nome del quartiere del giorno, il grano del rosario, la nuova stazione del Calvario: una retata, un blitz, un territorio cinturato, perquisito, passato al setaccio. Il giorno dopo, puntuale, il rosario ricomincia da un altro quartiere. È diventato un appuntamento, una liturgia, un refrain.
Oggi chi entra in scena?
L’Albergheria? Il CEP? Lo Sperone? ZEN 1 o ZEN 2 San Filippo Neri? Danisinni? Borgo Nuovo? Borgo Vecchio? Brancaccio? L’altro ieri è toccato a Falsomiele. Duecento uomini di Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza, 155 persone identificate, 88 veicoli controllati, un arresto, 18 allacci abusivi scoperti su 60 verificati, lavoro irregolare, attività abusive, droga, sequestri, perquisizioni di cantine e baracche. Un’altra operazione “ad alto impatto”, a una settimana da quella precedente.
E sia chiaro, chiarissimo: alle Forze dell’Ordine va il plauso, pieno e convinto. Fanno il loro lavoro, intervengono dove c’è criminalità, illegalità, violenza, e spesso lo fanno esponendosi a rischi che il resto della città nemmeno vede, tornando dove sono stati aggrediti. La loro presenza è necessaria, fondamentale.
Ma proprio perché loro ci sono, la domanda diventa ancora più scomoda: dove sono tutti gli altri?
Perché Palermo sta producendo una rappresentazione impressionante delle proprie periferie: le racconta quasi ogni giorno attraverso l’apparato repressivo. Arrivano Polizia, Carabinieri, Guardia di Finanza, Vigili del Fuoco, Asp, Enel, controlli amministrativi, reparti speciali. Lo Stato si materializza, compatto, numeroso, visibile.
E il resto della città? Consuma la notizia, talvolta commenta, poi passa oltre.
Le sirene si spengono e la periferia resta lì. Restano le scuole che resistono, gli insegnanti che fanno molto più del proprio mestiere, quei soggetti del Terzo Settore che tengono aperta una porta.
Ed è qui che il rosario comincia a raccontare qualcosa di molto più grande della cronaca nera: una città che ha imparato a vedere le proprie periferie quando arrivano le divise. Falsomiele, del resto, per una parte consistente di palermitani è un luogo da cercare su Google Maps.
È l’altra Palermo, quella che sta appena oltre il confine della Palermo frequentabile, oltre il perimetro dei circoli, degli eventi, delle presentazioni di libri, dei festival, dei premi, dei concerti, delle serate, delle tavole rotonde, perfino delle partite di calcio con l’angolo della lacrima e la busta per la buona causa.
Quella Palermo che si guarda, si ascolta, si applaude, si premia, si presenta libri, racconta e si auto-racconta quanto è civile, colta, sensibile e impegnata. Una Palermo che rischia di cuocersi nel proprio brodo e vorrebbe usare l’altra Palermo, la Palermo nera, come il pepe: q.b., quanto basta. Quanto basta per indignarsi quando arriva un morto, quanto basta per occuparsene quando arriva un blitz, quanto basta per una diretta televisiva quando scoppia un caso, quanto basta per una visita, una fotografia. Quanto basta per sentirsi dalla parte giusta senza dover attraversare il confine.
Poi ciascuno torna al proprio quartiere, al proprio locale, al proprio teatro, al proprio festival.
E l’altra Palermo resta quella di prima: la Palermo nera.
Quella che, usando volutamente una formula brutale, comprende i “nigger” e i “white nigger” dei nostri giorni: gli ultimi, i marginali, gli espulsi dall’immaginario della città rispettabile, quelli che possono vivere a pochi chilometri da noi e restare comunque dall’altra parte del confine. Hic sunt leones, là comincia il territorio dell’altro. La Palermo bene tiene la periferia abbastanza lontana da poterla ignorare e abbastanza vicina da poterla utilizzare.
Una cassaforte dello sballo, un retrobottega per il “cavallo di ritorno”, un pronto soccorso per bisogni che è meglio non nominare. Un altrove comodo, purché continui a essere altrove.
Quando poi un’aggressione arriva ad esempio sulla linea 1 del tram, lungo quella direttrice che porta Sperone e Roccella verso la Stazione Centrale, improvvisamente si scopre che la distanza non è così grande. E la prima tentazione è di interrompere la tratta, di separare il pezzo di città problematico dal resto della città. Isolare l’inferno, come se bastasse togliere il tram per togliere il problema, come se il confine fisico potesse diventare la soluzione a un confine sociale.
A questo punto sorge una domanda: ma la cultura, in questa città, dov’è?
Dov’è quando la città si spezza? Dov’è quando il quartiere del giorno entra nelle cronache soltanto perché è stato cinturato da centinaia di uomini? Dov’è quando la città avrebbe bisogno di essere attraversata, vissuta, contaminata, e non soltanto raccontata?
Dov’è la letteratura? Dove sono gli artisti, gli scrittori, gli urbanisti, gli intellettuali? Quelli che hanno sempre una parola da spendere su Palermo? Che fanno?
Se la cultura non ha il coraggio di attraversare la città, a cosa serve?
Se un artista non vuole misurarsi con il luogo nel quale il suo pubblico abituale non mette piede, che innovazione, quale provocazione sta portando?
Se uno scrittore parla di Mediterraneo ma non sente la necessità di attraversare la propria città, quale Mediterraneo sta raccontando?
Se la cultura parla continuamente di inclusione, comunità, contaminazione, periferie, disuguaglianze e futuro, ma continua a radunarsi prevalentemente negli stessi luoghi davanti alle stesse persone, non rischia di trasformare la cultura in una raffinata forma di auto-conferma?
In questi giorni Palermo ha ospitato Logos – Parole dal Mediterraneo, prima edizione di un festival che dichiara di voler fare della parola uno strumento di relazione tra storie, persone e comunità. Benissimo. Ma quante di quelle parole sono arrivate nella Palermo nera?
Non è una richiesta di quote periferiche. Non è l’idea infantile che ogni festival debba distribuire equamente i propri appuntamenti sulla cartina della città. È una questione di coraggio.
È qualcosa di molto più semplice e molto più difficile: la cultura deve avere il coraggio di andare dove la città si rompe, deve avere il coraggio di uscire dalla propria geografia sociale.
Altrimenti il Mediterraneo diventa una scenografia, una parola bellissima, un brand, un fondale, appunto, e Palermo resta fuori dalla porta del proprio stesso racconto. Il Mediterraneo diventa qualcosa di cui parlare. Palermo qualcosa da cui tenersi a distanza.
Lo stesso vale per Piano City. Nel 2025 il festival si era addirittura spinto oltre le colonne d’Ercole del fiume Oreto, arrivando niente poco di meno che allo Sperone, in via Sacco e Vanzetti, sotto il murale delle Rosalie ribelli e accanto al Carro “risorto” di Kounellis. Quest’anno Piano City non è andato oltre Sant’Erasmo da un lato e Villa Wirz e Museo Pitrè dall’altro: scelte.
Non è un processo a Piano City. È un sintomo da osservare.
Perché persino un pianoforte, quando attraversa una periferia, sembra compiere un’impresa, e invece dovrebbe essere normale.
Dovrebbe essere normale portare un concerto a Bonagia, una mostra a Falsomiele, un festival a San Filippo Neri, una residenza artistica allo Sperone, un grande progetto di formazione culturale a Borgo Nuovo.
Dovrebbe essere normale che un ragazzo di Ciaculli possa incontrare un grande scrittore senza dover attraversare mezza Palermo, dovrebbe essere normale che un artista trovi lì il proprio pubblico, dovrebbe essere normale che un imprenditore trovi lì un’opportunità, dovrebbe essere normale che un festival consideri quei quartieri parte del proprio territorio naturale.
Dovrebbe essere così normale da non dover nemmeno usare l’orrenda espressione “portare la cultura in periferia”.
Questa è la misura del coraggio.
Perché le periferie non hanno bisogno di essere continuamente spiegate alla Palermo bene.
Devono essere frequentate, abitate, investite, coltivate, contaminare e essere contaminate. Diventare luoghi in cui succedono cose interessanti, che non puoi perdertele. Hanno bisogno di produrre cultura, economia, impresa, bellezza, relazioni per diventare desiderabili, non soltanto tollerabili.
Soprattutto, smettere di essere solo temi da mattinale di Polizia.
Un titolo dopo l’altro, un grano dopo l’altro, la città recita il suo rosario e si convince di aver fatto la propria parte. Ma una retata può mettere sotto assedio un quartiere per una mattina, una città deve conquistarlo per una generazione e magari oltre. È qui che il paradosso diventa insopportabile: per una parte della città, la periferia è diventata più facile da raggiungere con un’operazione di Polizia che con un progetto culturale. Duecento uomini e donne in divisa riescono ad arrivare a Falsomiele. Ma dove sono duecento uomini e donne con un’idea?
Se la cultura non ha coraggio, non oltrepassa barriere, che cultura è?
Se serve soltanto a raccontare quelli che già si conoscono, a premiare oggi a te domani a me quelli che già si frequentano, a presentare i propri libri facendoli passare per cultura, a costruire consenso e reputazione dentro lo stesso circuito, allora smette di essere cultura e diventa una forma nemmeno tanto raffinata di mondanità.
La cultura vera dovrebbe fare il contrario: dovrebbe osare, disturbare, attraversare, rischiare, spostare il baricentro, incrinare le comodità.
Dovrebbe portare un concerto dove nessuno lo aspetta, un libro dove nessuno lo cerca, un artista dove nessuno lo invita, un’impresa dove nessuno ha mai investito, una possibilità dove tutti hanno già deciso che non crescerà nulla.
Dovrebbe entrare nella cintura del male e scoprire che lì dentro il male non è tutta la storia.
Ci sono persone. Ci sono talenti. Ci sono desideri. Ci sono bambini. Ci sono ragazzi. Ci sono famiglie. Ci sono vite intere che la città rispettabile conosce quasi esclusivamente quando diventano una notizia, persone che la cultura non ha mai cercato. Palermo conosce le sue periferie come luoghi da controllare molto più di quanto le conosca come luoghi da scoprire.
Dovrebbe entrare in scena prima della Polizia. Ecco forse il punto.
Non per sostituire la Polizia, non per fare il suo mestiere, che è un altro. Per fare il proprio, per arrivare prima che il vuoto diventi terreno di conquista.
Perché una scuola può arrivare prima di una retata, un teatro può arrivare prima di un arresto, un’impresa può arrivare prima di un pusher, un libro può arrivare prima di una pistola, un pianoforte può arrivare prima delle sirene.
Non è poesia. È politica urbana nel senso più concreto del termine: decidere che cosa deve occupare uno spazio prima che lo occupi qualcun altro.
Questa è la partita vera: non cancellare le periferie dalla cronaca nera, ma restituirle alla cronaca della città, all’economia, alla curiosità, al desiderio. Alla normalità. E allora la domanda iniziale cambia.
Non più: oggi chi entra in scena? Ma: quando entrerà finalmente in scena Palermo? Tutta Palermo. Perché – piaccia o non piaccia – la periferia è Palermo.
La cintura del male, prima ancora di essere una cintura geografica, è una costruzione mentale; finché quella cintura resterà intatta, Palermo continuerà a vivere dentro una contraddizione: chiamerà “periferia” una parte di se stessa e poi si stupirà quando quella parte presenterà il conto.
Il rosario continuerà. Un quartiere dopo l’altro. Un blitz dopo l’altro. Un grano dopo l’altro.
Ma una città non si salva recitando il proprio rosario. Si salva cambiando il suo vangelo.

