Il suicidio dell’Occidente. Antologia della crisi ucraina

“Sentinella, quanto manca all’alba?”. Il grido del soldato squarcia la notte dell’Occidente. E’ la visione apocalittica della caduta di Babilonia anticipata dal profeta Isaia. “La distruzione completa verrà da una terra orribile, come un turbine di vento che si scatena nel deserto. Attacca battaglia. Assedia città. Il perfido agisce con perfidia. Il devastatore devasta. Quel che ho sentito mi ha sconvolto. Quel che ho visto mi ha atterrito. Metti sentinelle di guardia”. Nell’attesa che ciò che deve avvenire si compia, le due sentinelle del libro di Isaia si scambiano nelle tenebre la parola d’ordine: “Quanto manca ancora all’alba?”.

E’ il suicidio dell’Occidente. Il tema del momento. Una serie infinita di scritti. L’ultimo è di Federico Rampini, un saggio appena pubblicato: “Suicidio occidentale. Perché è sbagliato processare la nostra storia e cancellare i nostri valori”. Un titolo che spiega già tutto.

Perché “Il tramonto dell’Occidente”, annunciato cento anni fa dal filosofo tedesco Oswald Spengler, come in un lungo addio si è inabissato nella notte più nera. Come se non ci potesse essere una nuova alba. Ma solo desiderio di morte e di oblio. L’autocancellazione di questo Occidente incardinato nella storia, nella cultura e nei saperi, nel sistema di valori comuni all’Europa. L’Occidente all’orizzonte degli antichi greci, quello dell’impero romano propriamente detto, si intende. Non quello a traino Usa, a partire dalla Seconda guerra mondiale, che è altra storia, diversa e controversa. Una storia più recente, figlia del mito della frontiera e da sempre divisa tra due opposte pulsioni: il desiderio dell’American dream e l’imperioso: Yankee, go home.

Rampini sostiene che “se un attacco nel cuore dell’Europa ci ha colto impreparati è perché eravamo impegnati nella nostra autodistruzione. Il disarmo strategico era stato preceduto per anni da un disarmo culturale”. In sintesi, l’ideologia dominante, quella delle élite che governano media, cultura di massa e spettacolo, hanno imposto di “demolire ogni autostima, colpevolizzarci, flagellarci”.

Tesi seducente. Per un giornalista assai produttivo e assai visibile in tv con le iconiche bretelle rosse, forse segno dell’antica militanza anche professionale nel Pci da lui stesso certificata nei risvolti di copertina di tanti libri scritti. Un impegno poi approdato nella grande stampa borghese: Corriere della Sera, La Repubblica, Il Sole 24 ore. Però, nella locandina di “Suicidio occidentale” Rampini, che ormai è naturalizzato americano, sorvola su un dettaglio. L’attacco al cuore dell’Europa era annunciato da anni. Ed era stato localizzato proprio in Ucraina.

Non solo per gli antichi rancori degli ucraini che avevano tastato le purghe di Stalin e lo spietato “holodomor”, la fame per la carestia indotta dalle politiche di Mosca negli anni Trenta. Ma che avevano ricambiato “accogliendo Hitler come un liberatore e facendo gravi torti agli ebrei”, come ricorda nelle sue pillole di storia Paolo Mieli, altro giornalista onnipresente in tv.

Sono i violenti accadimenti del 2014 a segnare il punto di rottura. La crisi definita “rivoluzione” dall’Occidente e “colpo di stato” dalla Russia. Con gli scontri di Euromaidan a Kiev, la messa in stato di accusa e la fuga dell’allora presidente Janukovyč considerato filorusso, il fuoco e le fiamme ad Odessa con le vittime inermi bruciate dai nazionalisti di estrema destra filoccidentali.

Fu quando la newyorkese Victoria Nuland era vicesegretario di Stato con delega sull’Ucraina. Il presidente Usa era Obama e il suo vice Biden. Nuland al telefono col suo concittadino ambasciatore a Kiev pronunciò la frase fatidica: “Fuck the EU”, a rimarcare l’intenzione degli Stati Uniti di tagliare fuori l’Unione Europea dalle possibili soluzioni per la crisi ucraina. E fu quando l’ex segretario di Stato e premio Nobel per la pace nel 1973, Henry Kissinger avvertì il mondo sul conflitto prossimo venturo: “Una saggia politica avrebbe dovuto cercare il modo di favorire l’intesa fra le due parti dell’Ucraina: quella nazionalista e quella russofona. Non il dominio di una fazione sull’altra. Spingere l’Ucraina a far parte della Nato condurrà necessariamente alla guerra”.

La stessa previsione di Giulietto Chiesa, giornalista anche lui. Uno che non avrebbe potuto essere più diverso da Kissinger. Uno che aveva fatto il corrispondente per vent’anni da Mosca per L’Unità e La Stampa, che parlava anche il russo e scriveva cronache sulla vita quotidiana dell’Urss così irriverenti e così divergenti da quelle inamidate dell’agenzia sovietica di Stato Tass da spingere quest’ultima a chiederne la rimozione. Rifiutata dall’allora segretario del Pci Enrico Berlinguer. Altri tempi, altro comunismo.

Chiesa, “eretico” per antonomasia, morto nel 2020, aveva definito la crisi ucraina del 2014 “l’inizio della terza guerra mondiale”. A suo giudizio: “Era evidente che l’Ucraina era già nelle mani degli Usa. Da parecchi anni. Stati Uniti e Canada avevano già preso in mano tutte le leve del potere: il governo e l’esercito”.

Sul finire della sua vita, però, fu considerato “complottista”. Comunque non allineato al dominante pensiero unico occidentale. I Berlinguer capaci di libertà di vedute non c’erano più sulla piazza Dem italiana. E neppure altrove. Quindi Giulietto Chiesa fu ostracizzato secondo i canoni ormai invalsi del “politicamente corretto”.

Ma il web è davvero una miniera di memoria. Sui fatti del 2014 in Ucraina chi cerca trova. Per esempio La Stampa degli Elkann il 22 maggio 2014 avverte già nel titolo: “Ucraina, se il nuovo corso filo-Occidente include l’ultradestra neo-Nazista”. E giù col delineare la figura dell’eroe nazionale Stepan Bandera. Che fu “leggendario combattente per l’indipendenza ucraina per i nazionalisti ucraini, ma collaboratore della Germania di Hitler durante la Seconda Guerra mondiale in funzione antisovietica. La sua organizzazione fascista OUN-B contribuì all’Olocausto facendo uccidere migliaia di ebrei e polacchi. Dopo la guerra si batteva per un’Europa totalitaria ed etnicamente pura”. Nello stesso articolo viene citata Victoria Nuland, la quale aveva dichiarato che Euromaidan “incorpora i principi e i valori che sono pietre miliari di ogni democrazia”.

Le perplessità de La Stampa erano quelle dei quotidiani di mezzo mondo. Aveva iniziato il Jerusalem Post nel dicembre 2013 a notare la componente antisemitica e neonazista delle proteste in Ucraina. Il Guardian il 22 gennaio 2014 aveva titolato “Ukraine protests are no longer just about Europe”, chiedendosi se ci potesse essere “an alternative to this senseless violence” dato che “l’estrema destra si è infiltrata in un movimento che non riflette tutto il popolo”. Il 28 gennaio il Time aveva segnalato: “La protesta di Kiev sequestrata da gruppi di estrema destra”. Il 19 febbraio l’International Business Times, il quarto sito più visitato al mondo tra i quotidiani economici, aveva scritto: “Euromaidan, le ombre oscure dell’estrema destra nelle proteste ucraine”.

Ma è un altro quotidiano economico, Il Sole 24 Ore, a tirare le somme della nostra rassegna stampa. Con due articoli pubblicati il 2 e 3 dicembre 2014. Nel primo, intitolato “L’Ucraina vara un governo con ministri stranieri (selezionati da cacciatori di teste)” si dà notizia del nuovo governo filoccidentale di Kiev che ha davanti “sfide straordinarie, una situazione economica molto difficile, l’aggressione russa, il bisogno di riforme radicali e la lotta alla corruzione”, come enunciato dal presidente Petro Poroshenko. Per cui la ricerca anche all’estero di candidati per il nuovo esecutivo. Infatti, – prosegue l’articolo – “il Parlamento ha approvato la nomina di un’americana, di un lituano e di un georgiano nella compagine governativa. Il ministro delle Finanze sarà la statunitense Natalia Jaresko, che è di origine ucraina, amministratore delegato di un fondo di investimenti del gruppo Horizon Capital. Il portafoglio dell’Economia andrà al banchiere lituano Aivaras Abromavicius, partner della società di investimenti East Capital, che ha lavorato in Ucraina negli ultimi anni, dopo avere ricoperto incarichi al Dipartimento di Stato americano. Infine alla Sanità andrà l’ex ministro georgiano Alexander Kvitashvili”. Ovviamente Poroshenko ha concesso loro “a tamburo battente la cittadinanza ucraina”. Così come ha promesso di concederla agli stranieri che combattono nel sud-est del Paese “al fianco delle truppe di Kiev contro gli aggressori russi”.

Leggiamo che “la scelta dei candidati stranieri per il nuovo esecutivo ucraino è stata seguita da due società di selezione del personale, Pedersen & Partners e Korn Ferry, che hanno trovato 185 potenziali candidati tra gli stranieri presenti a Kiev e tra gli ucraini che lavorano all’estero, in Canada, Stati Uniti e Regno Unito”. Poi: “il processo di head hunting è stato sostenuto dalla Fondazione Renaissance, network globale di consulenza politica finanziato dal miliardario americano di origini ungheresi George Soros. Che avrebbe pagato più di 80mila dollari per sostenere le due società coinvolte nella selezione del personale”.

Il Sole 24 Ore torna sull’argomento il giorno dopo, il 3 dicembre 2014 con un articolo dal titolo: “Se Soros e la finanza scelgono il governo dell’Ucraina”. In cui si dà atto delle proteste del Cremlino per le ingerenze della Ue nella crisi ucraina e delle accuse alla Nato di “destabilizzare i cieli del Nord Europa”. Mentre in occasione della Conferenza dell’Alleanza atlantica a Bruxelles, i ministri occidentali si dichiarano “preoccupati per i piani russi di ulteriore rafforzamento sul Mar Nero”.

Soros è definito dal quotidiano di Confindustria “guru mondiale dei mercati, oggi filantropo” e anche “promotore di un network di fondazioni a scopo benefico e culturale presente in 25 Paesi”. Perché Soros è un benefattore?  Per il criterio utilizzato nella scelta del governo. Contano “le competenze, non la nazionalità”, sottolinea Il Sole 24 Ore.

Il giornale tiene a far sapere ai lettori che “non sono notizie da sito complottista”. Anzi, lo stesso Soros ha dichiarato alla Cnn “di avere contribuito a rovesciare il regime filorusso per creare le condizioni di una democrazia filoccidentale”. Né Soros è nuovo a questo genere di attività, come riporta Il Sole che riporta la Cnn in quel gioco di incastri e verifiche che spesso è giornalismo.

Il miliardario-filantropo ungherese naturalizzato americano ha finanziato il dissenso nell’Europa orientale, in Polonia e nella Repubblica Ceca al tempo della caduta del Muro di Berlino e della dissoluzione dell’Unione Sovietica.  Gli si chiede: “Sta facendo lo stesso in Ucraina?”. E lui di rimando: “Ho una fondazione in Ucraina da prima che l’Ucraina diventasse indipendente dalla Russia. Questa fondazione, sempre in attività, ha giocato un importante ruolo negli eventi di oggi”. Cioè del 2014.

Il Sole 24 Ore conclude il reportage con un’affermazione: “L’Ucraina è un caso di osmosi dei metodi della finanza applicati alla politica che trova proprio in un libro di Soros, L’alchimia della finanza, (Ponte delle Grazie, 1998) la sua teorizzazione”.

Almeno non possiamo dire che non sapevamo.

Maria Pia Farinella :

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