La questione morale, alla Regione siciliana, è come certi fantasmi evocati nelle sedute spiritiche: tutti giurano di averla vista, nessuno la affronta davvero. È successo col turismo trasformato in campo di scorrerie, è successo con Gaetano Galvagno, sta succedendo con Elvira Amata (su cui grava l’accusa pesante della corruzione). E nel frattempo Renato Schifani ha chiesto ai siciliani di segnalare illeciti e anomalie per costruire una Regione “più giusta, pulita e trasparente”. Parole nobili. Ma prima di chiedere coraggio ai cittadini, forse bisognerebbe trovarlo dentro il Palazzo. Basterebbe anche gettare uno sguardo nel retrobottega di Palazzo d’Orleans dove trovano facile accoglienza pagnottisti e faccendieri.

Il caso più istruttivo è quello del turismo, che in questa legislatura non è stato soltanto un assessorato: bensì una corrente, un sistema di relazioni, spesso una zona franca. Il 2 maggio 2023, nel pieno delle polemiche su Cannes e SeeSicily, Antonio De Luca (M5s) sollevò in Aula il tema dello scandalo. E dalla Presidenza arrivò una promessa solenne: “Sarà dedicata una sessione d’Aula” per parlare solo di quello, con tutte le spiegazioni del caso. Eppure quella sessione non ha mai prodotto il momento della verità. Il tempo è stato lasciato scorrere, scientemente. Per non mettere in imbarazzo Schifani davanti ai padrini della corrente turistica (con Manlio Messina in testa), per non costringere la maggioranza a guardare dentro il pozzo di Cannes, di SeeSicily, dei milioni spesi male se non peggio. Un’intera stagione di opacità è stata trattata come una seccatura da smaltire, non come una ferita politica da discutere pubblicamente.

Eppure i Cinque Stelle, negli anni, quel confronto lo hanno chiesto più volte. Lo hanno chiesto quando denunciavano gli sprechi di SeeSicily, lo hanno quando il “buco” è diventato ufficiale nelle carte dell’Autorità di Audit, così da costringere la Commissione europea a depennare dalla lista un finanziamento di 10 milioni (e a restituire il mal tolto). Lo avevano già chiesto (invano) dopo il caso Cannes, aperto in modo repentino dallo stesso Schifani, col ritiro in autotutela di un affidamento diretto da 3,7 milioni di euro nei confronti di una società lussemburghese (introdotta alla Regione da Sabrina De Capitani, poi divenuta portavoce di Galvagno). La risposta del sistema è stata sempre la stessa: una mezza disponibilità, e poi il silenzio. Così la questione morale è rimasta sospesa, quasi sommersa. Mentre il turismo e la cultura si continuavano a governare in modalità bancomat.

Poi è arrivato il caso Galvagno, e lì la rimozione si è fatta addirittura teatro. Il 19 giugno 2025 emerge che il presidente dell’Ars è indagato dalla Procura di Palermo per corruzione. Pochi giorni dopo, il 1° luglio, l’Assemblea regionale si ritrova a discutere della sua posizione in una seduta che resterà come una delle più surreali della legislatura: Galvagno riferisce all’Aula sul proprio caso, spiega che “questa Assemblea non è un tribunale e questa seduta non è un processo”, ribadisce che non intende dimettersi e lascia la poltrona della presidenza al vice Nuccio Di Paola per seguire il dibattito da deputato semplice. Un quadro politicamente sconcertante, che in pochi capiscono. Un deputato autonomista, nipote di Raffaele Lombardo, addirittura suggerisce una prospettiva nuova: “Caro Gaetano, tu non devi fare un passo indietro ma due passi avanti”. Viva il garantismo e la strafottenza. Il Parlamento più antico d’Europa si è ritrovato a mettere in scena il processo impossibile al suo presidente: abbastanza grave da convocare l’Aula, non abbastanza da trarne una conseguenza.

Non è finita lì, perché la vicenda Galvagno non appartiene al museo degli scandali passati, ma alla cronaca dei prossimi giorni. Il 4 maggio comincerà il processo per corruzione, peculato e truffa. In mezzo c’è stato pure un passaggio che da solo basterebbe a misurare il livello dell’imbarazzo istituzionale: il Consiglio di Presidenza dell’Ars ha deliberato la costituzione di parte civile del Parlamento nell’eventuale processo a carico del suo stesso presidente. Cioè l’istituzione che lui rappresenta si prepara a tutelarsi contro di lui, mentre lui continua a rappresentarla. Se non è una caricatura della questione morale, poco ci manca. Eppure Galvagno, anche negli ultimi giorni, ha scelto la linea più comoda: un passo indietro solo “se lo chiede il partito”. Il partito, non il buonsenso.

Sul fronte Amata, invece, la questione morale si è ridotta a semplice attrezzo scenico del rimpasto. L’assessora al Turismo è accusata di corruzione e il 20 aprile il gip di Palermo deciderà sulla richiesta di rinvio a giudizio. Una data che da settimane condiziona gli equilibri di governo. Non perché qualcuno abbia deciso finalmente di affrontare il nodo dell’opportunità politica, ma perché Fratelli d’Italia e Schifani hanno scelto di congelarlo fino a quel passaggio giudiziario.

E qui si capisce il paradosso più grande di questa stagione. Con la Dc il governatore ha fatto il padre severo, sfrattando assessori e trattenendo deleghe. Con Fratelli d’Italia, invece, ha camminato sulle uova. Sul turismo non ha mai preteso fino in fondo il chiarimento politico che sarebbe servito (anzi, molti dei dirigenti protagonisti dalla stagione degli scandali sono rimasti al loro posto, o al limite hanno occupato una casella del medesimo prestigio). Su Amata ha lasciato correre. Su Galvagno ha assistito da spettatore a una seduta che certificava il collasso dell’autorità morale del sistema. E così la famosa Regione giusta e trasparente evocata nell’appello ai siciliani resta, per adesso, una formula da video istituzionale: buona per invitare i cittadini a denunciare gli illeciti, meno utile quando gli illeciti, o presunti tali, bussano al cuore della maggioranza.

Tutti aspettano che sia la magistratura, o Roma, o il calendario, a fare il lavoro sporco. Intanto la questione morale continua a essere questa cosa inafferrabile, sempre evocata e mai risolta.