La commissione regionale Antimafia ha approvato martedì scorso la seconda relazione sul depistaggio di Via d’Amelio. Gli atti delle due relazioni – un lavoro complessivo di oltre 200 pagine – sono diventati oggetto di una rappresentazione teatrale andata in scena a Palermo, venerdì sera, nell’atrio della Facoltà di Giurisprudenza. C’era anche Claudio Fava, il presidente della commissione: “Il nostro intento è far vivere queste pagine con tutti gli strumenti di narrazione possibili. Abbiamo scelto di intitolare questa drammatizzazione ‘La Grande menzogna’ per sottolineare quale debito di verità ci portiamo dietro su quelle stragi”.

Tante cose non tornano, e tanti silenzi vanno ancora colmati: “Non si tratta – secondo Fava – di un fatto storico concluso e collocato nel tempo a 29 anni fa. La sensazione”, al contrario, “è che sia in atto il tentativo di condurre la verità su un binario morto: non tanto e non più la verità giudiziaria, perché i processi ci sono stati; quanto la verità storica”. In questa vicenda ci sono più aspetti dirimenti. Il primo, come segnalato da Fava e ribadito, in audizione, da Roberto Scarpinato, procuratore generale presso la Corte d’Appello di Palermo, è che il depistaggio di via D’Amelio sia “più che mai attuale”; il secondo è che la parola – depistaggio – vada declinata al plurale, perché sono varie le occasioni, a tanti livelli, in cui si rivela l’intento “deviante”.

‘La Grande menzogna’, il titolo di questa drammaturgia, è una risposta a ‘Nient’altro che la verità’, il libro di Santoro in cui Maurizio Avola, collaboratore di giustizia, si prende la scena e non la molla più?

“L’accostamento è casuale. Non mi sembra il caso di dedicare una relazione della commissione Antimafia al libro di Santoro. Ma è chiaro che la relazione raccoglie anche il suo lavoro”.

Avola dice di aver partecipato attivamente alla strage. E di essere stato in via D’Amelio, travestito da poliziotto.

“Credo che la bizzarra ricostruzione di Avola non sia soltanto frutto – come inizialmente avevo pensato – della vanità senile di un signore che, avendo calcato le scene da killer protagonista per molti anni, e non avendo più omicidi da confessare, s’è inventato un ruolo shakesperiano. Piuttosto, parlando con diversi magistrati, oltre che con i pochi testimoni di quel pomeriggio, viene fuori una lettura diametralmente opposta rispetto a questa ricostruzione. La domanda è: cui prodest?”.

Cosa non le torna?

“Avola, nell’intervista a Santoro, dice che lo Stato non c’entra, ma è solo una questione interna a Cosa Nostra. Che non c’entrano i Servizi segreti, ma che fosse lui il ‘forestiero’ presente in quel garage mentre si imbottiva l’auto di esplosivo. Eppure, in altri processi, racconta cose diverse. Ad esempio, di aver saputo di certe riunioni ad Enna in cui Riina spiegò ai suoi fedelissimi che occorreva progettare una serie di fatti eclatanti utili a un disegno stragista che non riguardava soltanto la Sicilia o il destino di Falcone e Borsellino. Ci si chiede, e si chiedono alcuni magistrati: se Avola, fino a qualche anno fa, indicava – per averla appresa – una pista che porta a un coinvolgimento di apparati dello Stato, perché improvvisamente s’inventa un finale rocambolesco e ridicolo per poter dire che è soltanto una questione di mafia?”.

Perché?

“Il procuratore Scarpinato ha detto una cosa molto efficace: ‘Via D’Amelio è ancora fra noi’. Non soltanto perché il filo che tiene insieme molti episodi racconta una progressione di depistaggi, ma anche perché le domande irrisolte – e il fatto che chi potrebbe rispondere a queste domande sceglie di non farlo – chiama in causa alcuni apparati dello Stato: ieri complici, oggi silenti e reticenti”.

Lei stesso ha detto che c’è un debito di verità da colmare. Cosa si vuole trasmettere a teatro?

“Noi abbiamo messo insieme i passaggi più significativi di entrambe le relazioni. La drammaturgia teatrale serve a renderli leggibili e intellegibili, a drammatizzare una storia che è già in sé teatro. Serve a una narrazione più popolare, più divulgativa. E’ bene che si sappia cos’è accaduto all’ombra di questa strage, quali silenzi si sono pietrificati nel corso dei decenni per tenere taluni fuori dalla responsabilità. E come a tutto questo abbiano concorso non soltanto quelli che stanno nella cabina di regia del depistaggio, ma anche chi per vanità, supponenza, permalosità, o ansia di carriera, ha ritenuto di accompagnarlo. Questo circuito di forzature, silenzi, irregolarità, fughe e reticenze è una storia molto italiana”.

E’ più la sorpresa o la rassegnazione?

“Il diritto alla rassegnazione e all’oblio non fa parte dei diritti civili di questo Paese e della sua memoria istituzionale. Ha ragione Fiammetta Borsellino quando dice che nessuno ha mai chiesto scusa. Ci sono magistrati che hanno sbagliato, ma finora nessuno l’ha ammesso. Nessuno ha chiesto scusa per non aver capito, per aver sottovalutato, per aver forzato. Non parliamo di coloro che tecnicamente hanno colluso col progetto di depistaggio, ma anche dei troppi che l’hanno accompagnato perché serviva a far carriera. Nessuno ha sentito il bisogno di scusarsi con le famiglie di sette signori condannati all’ergastolo sulla base di una menzogna (del falso pentito Scarantino, ndr) o alle famiglie di sei persone ammazzate. La responsabilità viene scaraventata su spalle sempre più basse e più lontane”.

Non ha mai avuto la sensazione, durante il ciclo di audizioni, che qualcuno volesse liberarsi di un peso? Penso alle vicende del Sisde. Lei, nella relazione, sostiene che non c’è mai stata “una voce, una preoccupazione, un disvelamento sulla catena di comando” che portò i Servizi ad avere un ruolo centrale nelle prime battute dell’inchiesta.

“L’audizione di Bruno Contrada è stata una delle più schiette. Penso che quest’uomo, a questo punto della sua vita e della sua storia personale, avesse soltanto il desiderio di raccontare le cose come le ha vissute. Un po’ solleticato nella sua vanità professionale, ci ha detto che ‘se avessi trattato io Vincenzo Scarantino, dopo ventiquattro ore mi sarei accorto che era un cialtrone e che raccontava cose non vere’. Questo è doppiamente grave: da un lato rivela che il Sisde, senza aver avuto mai contatti, ricostruisce il profilo criminale di Scarantino in modo tale da renderlo credibile; dall’altro, è la conferma plastica che Scarantino fosse un poveraccio. Eppure, fior di magistrati hanno insistito su questa pista”.

Nella relazione c’è un passaggio che getta un’ombra ulteriore sull’attendibilità di Scarantino. Ossia l’audizione di Vincenzo Pipino, un ‘ladro gentiluomo’ che il capo della Mobile di Palermo, Arnaldo La Barbera, mandò in carcere per fargli da confidente…

“Questo agente provocatore, dopo una settimana, richiama La Barbera e gli dice che Scarantino non sa né leggere né scrivere, e che si limita a firmare, ricalcando l’impronta della mano, le lettere alla madre e alla moglie che era lui stesso a scrivergli… Sa cosa rispose La Barbera? Che questa cosa doveva tenersela per sé”.

Cos’altro emerge dall’audizione di Contrada?

“Che Giovanni Tinebra, il procuratore della Repubblica di Caltanissetta, gli chiese di occuparsi dell’indagine su via D’Amelio pur avendo saputo, il giorno prima, che lo stesso Contrada fosse indagato per reati di mafia a Palermo. Contrada, inoltre, ci ha rivelato un’altra cosa inedita: cioè che il Sisde pagasse il Prefetto di Palermo. Ma perché? A che titolo? Possibile che da 30 anni non ci sia la determinazione di capire esattamente cosa sia accaduto e quanti apparati dello Stato lavoravano per un altro principe? L’Aisi avrebbe il dovere di fare chiarezza, ma, ogni volta che l’abbiamo chiesto, le risposte sono state evasive, reticenti, formali, di viltà istituzionale. Loro sanno cosa è accaduto. Dovrebbero poter dire chi ha organizzato, chi ha permesso, chi ha avallato il loro ruolo – totalmente illegale – in quell’indagine. E quale fu la catena di comando”.

Alla luce delle nuove dichiarazioni di Montante al processo d’appello di Caltanissetta, servirebbe un sequel della rappresentazione teatrale di due anni fa, che prendeva spunto, anche in quel caso, dal lavoro della commissione Antimafia?

“Forse servirebbe. E il ruolo da protagonista dovrebbe averlo Musumeci. Anche questa è una pagina di malinconica reticenza e fuga dalla realtà nella quale è precipitata la politica siciliana. Montante ha detto delle cose durissime sul piano politico, non sul piano penale. Cioè che lui, da indagato di mafia, con la notizia già nota da anni, svolgeva le funzioni di consigliere economico del governo. Ma il corpo sfatto, sfiancato, malato della politica tutto questo lo assorbe come fosse naturale…”.

Musumeci ha detto che lei prova a mascariarlo. Non c’è alcun accenno, invece, ai pranzi e alle giocate a bocce rivelati da Montante.

“Questo è un presidente che viene eletto a ottobre 2017, in nome di una discontinuità assoluta con Crocetta, il crocettismo, il sistema Lumia, il sistema Montante, eccetera… Come si giustifica il fatto che sia proprio lui, nei mesi successivi, a cercare Montante per farsi suggerire gli indirizzi economici per il suo governo? Non è una questione giudiziaria, ma morale. Il presidente della Regione che, da eletto, decide di servirsi dei buoni uffici di uno che è indagato per mafia, non può più stare più alla guida della Sicilia. Tranne pochi, nessuno ha ritenuto che si trattasse di uno scandalo. Credo che questo desiderio d’oblio, di repulsione faccia parte in maniera strutturale della nostra condizione umana in Sicilia”.

Con quale consapevolezza arriviamo all’appuntamento del prossimo 19 luglio, 29° anniversario della morte di Paolo Borsellino e degli agenti della sua scorta?

“Che la verità su Via d’Amelio fa paura anche adesso: chiama in causa pezzi del sistema istituzionale che hanno lavorato perché si fabbricasse un depistaggio. Tutto questo fa paura oggi come allora. Siamo dentro la storia, non ce la siamo lasciata alle spalle”.