Nino Minardo non deve soltanto riorganizzare Forza Italia, ma provare a convincerla che Renato Schifani non sia diventato un problema. È questa la parte più complicata della sua missione: ricucire un partito che il presidente della Regione continua a trattare come un ingombro, utile a reggere la maggioranza ma non abbastanza da essere coinvolto nelle scelte che contano. Vedi il rimpasto.

La nomina di Marcello Caruso alla Sanità ha lasciato il gruppo parlamentare azzurro fra il gelo e l’imbarazzo, perché su quella casella si era consumata una lunga partita interna, con aspettative, promesse e ripensamenti. Alla fine Schifani ha scelto Caruso, l’uomo che Tajani aveva appena rimosso dalla guida del partito siciliano, e lo ha piazzato nel ramo più delicato, ricco e tormentato dell’amministrazione regionale.

Il risultato è stato eloquente. Il gruppo parlamentare di Forza Italia ha impiegato quasi venti ore per produrre una nota di benvenuto al nuovo assessore. La crepa, però, non nasce con Caruso. La nomina l’ha soltanto allargata. Nicola D’Agostino, che per settimane era stato indicato come possibile assessore alla Salute, ha pronunciato a La Sicilia la frase più pesante dell’intera vicenda: «Schifani aveva in effetti annunciato il cambio dei due assessori tecnici a gennaio, davanti a Tajani e a tutto il gruppo, con due parlamentari del gruppo. Ci ha ripensato, peccato per l’impegno disatteso».

D’Agostino ha usato toni pacati, ma il contenuto è durissimo. Secondo il deputato acese il rimpasto «era una occasione favorevole per trovare nuovi equilibri, rinnovato vigore», ma «non mi pare sia cambiato granché». Tradotto: quattro mesi di trattative e penultimatum hanno prodotto un governo che, più che cambiare passo, sembra aver peggiorato il clima politico che avrebbe dovuto rasserenare.

La sanità siciliana ha già bruciato due assessori nella stessa legislatura: Giovanna Volo prima, Daniela Faraoni poi. Ha attraversato casi di malasanità, inchieste, scontri sui manager, liste d’attesa, tensioni con i convenzionati, emergenze territoriali e ospedaliere. Davanti a questo quadro, Schifani ha affidato la delega più pesante a un dirigente politico di lungo corso, con una carriera ampia nel sottogoverno e nel partito, ma senza una competenza specifica nel settore. Da qui il forte imbarazzo di tutti.

Marco Falcone, nell’intervista a La Sicilia, ha messo insieme gli ultimi tasselli. Ricordando di avere incontrato Schifani a fine marzo per sottoporgli due questioni: chiudere il rimpasto con «un nuovo governo di alto profilo» e riorganizzare Forza Italia dopo lo «sfilacciamento sotto gli occhi di tutti». Falcone racconta anche di avere avvertito Schifani dell’imminente cambio nell’organizzazione del partito. «La mia indicazione Schifani la prese come un atto ostile», dice. È un altro passaggio rivelatore. Palazzo d’Orléans interpreta tutto come una minaccia.

Il governatore non sembra porsi il problema di accompagnare il processo, ma di difendersene. E infatti il rimpasto non viene usato per riaprire un canale con il gruppo parlamentare, bensì per blindare ancora di più la reggia. Con un paradosso: l’unico pezzo di Forza Italia che continua ad avere pieno diritto di cittadinanza è quello che ruota attorno a Totò Cardinale e a Edy Tamajo, saldamente insediato alle Attività produttive. Per il resto, gli azzurri possono attendere.

Minardo si trova dunque dentro una tenaglia. Da un lato deve dare seguito al mandato ricevuto da Tajani: rimettere in piedi il partito, aprire sedi, coinvolgere territori, segretari provinciali, amministratori, militanti, giovani. Dall’altro deve farlo mentre il presidente della Regione, che di Forza Italia è l’esponente istituzionale più alto in Sicilia, continua a muoversi come se il partito fosse un accessorio della sua sopravvivenza personale.

Schifani, nel corso di queste settimane di avvicinamento al rimpasto, ha confermato — se ce ne fosse bisogno — la propria subalternità politica ai patrioti di Fratelli d’Italia. Li ha attesi alla finestra, poi, dopo che il giudice per l’udienza preliminare ha rinviato a giudizio Elvira Amata, ha osservato il dibattito dentro FdI in religioso silenzio, accettando che l’assessora al Turismo – accusata di corruzione – venisse confermata nella squadra di governo. La corrente turistica ha dato mandato a Donzelli e Arianna Meloni, nel conclave di Enna, di tralasciare la “questione morale”. E Schifani non ha alzato un dito, dopo aver bruciato mesi per dare un assestamento alla giunta. Del resto deve a Ignazio La Russa la sua elezione a governatore, nel 2022, e sa bene che da Fratelli d’Italia dovrà passare per un’eventuale ricandidatura. La strategia è chiara. Ma per quelli del suo partito diventa ogni giorno meno digeribile.

Il problema, per Minardo, è che Forza Italia in Sicilia deve decidere cosa vuole essere. Un partito autonomo, capace di pesare nelle scelte del governo che sostiene? Oppure un contenitore destinato a ratificare le decisioni di Schifani, anche quando quelle decisioni scontentano il suo stesso gruppo parlamentare? La differenza è decisiva. Falcone, sempre con prudenza, ha fissato una scadenza implicita: «Fra sei mesi, o quando sarà, faremo tutte le valutazioni del caso». Non è una dichiarazione di guerra, ma un avviso ai naviganti: il governo Schifani non è più coperto da un consenso automatico dentro Forza Italia. Verrà giudicato sui risultati, sulla capacità di uscire dalla palude, sulla sanità, sulle riforme, sulla tenuta della maggioranza. E se i risultati non arriveranno, la “dovuta distanza” evocata da Falcone potrebbe diventare una posizione politica.

Forza Italia rischia di trovarsi nella condizione peggiore: abbastanza dentro il governo da pagarne il prezzo, troppo poco dentro le scelte per rivendicarne la guida. Minardo deve rompere questo schema. Ma per farlo dovrebbe ottenere da Schifani ciò che Schifani finora ha evitato: riconoscere al partito una dignità politica autonoma. Con il rimpasticcio si è persa un’occasione.