Valter Lavitola non si spiega due cose: perché è indagato e perché non sia stato arrestato. Il neoristoratore e veterofaccendiere, sospettato dalla procura di Roma di essere il mandante della bomba al caro amico Sigfrido Ranucci, lo dice chiaramente in ogni intervista. Al ristorante Cefalù, dove riceve i giornalisti, dopo la premessa di rito, ribadisce ai giornalisti – gli ultimi quelli di “Filorosso” su Rai 3 – di essere innocente, ma anche che nell’attuale situazione il suo posto dovrebbe essere in una cella. “Sono sicuro al cento per cento che finirò in carcere”. Anzi, Lavitola dice che in carcere dovrebbe esserci da un pezzo: “Se vuoi la sincera verità io quando sono andato in procura ero sicuro che dopo l’interrogatorio mi arrestassero. Ho dovuto salutare mio figlio prima di andare. Mi sono portato pure lo zainetto con me”. E, indirettamente, spiega anche la motivazione giuridica delle esigenze cautelari, quando racconta che vorrebbe tanto parlare con l’amico Ranucci ma “l’avvocato continua a dire che sarebbe inquinamento delle prove”. Ma questo è esattamente ciò che è già accaduto.

Durante la perquisizione, che tra l’altro prevedeva il sequestro dei telefoni cellulari, Lavitola ha inviato dei messaggi alla sua presunta vittima. E dopo la perquisizione i due hanno parlato per ore al telefono. Lavitola parla con tutti: con la presunta vittima, con il presunto complice ora in Camerun che avrebbe ingaggiato i bombaroli e con i giornalisti pressoché quotidianamente. Ma non con i pm, che non hanno chiesto le misure cautelari di Lavitola e da qualche giorno si lamentano – attraverso i giornali, come Lavitola – che il loro sospettato principale starebbe depistando le indagini attraverso le interviste che rilascia dal suo ristorante.

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