Abbiamo aperto un canale di comunicazione”. Mamma mia, manco fossero loro, i sequestrati, dentro a un tunnel di Gaza. Linguaggio da film sul terrorismo, o da rapimenti dell’Anonima sarda degli anni 70. Ma i sequestrati non sono loro, sotto sequestro è la Rai, cosa pubblica. E dal bunker di Report sembra quasi di vederli uscire, “gli inviati” pronti a tutto, col Kalashnikov e il passamontagna calato in faccia, come a Monaco ’72. “Abbiamo aperto un canale con l’azienda. L’obiettivo è andare in onda l’8 novembre”. Il Settembre nero di Report. Che linguaggio è mai? Sequestrati o assediati. Le dimissioni minacciate, il prendere o lasciare, i “collaborazionisti” da punire. Che parola violenta, oscena. E’come se in questa parodia del Settembre nero, in questa versione parodistica di una minaccia alla libertà di informazione, fosse d’un tratto emersa, con modi grotteschi ma non meno violenti, la quintessenza di quello che alcuni si ostinano ancora a chiamare “lo stile Report”. L’espressione “abbiamo aperto un canale di comunicazione” si può usare in guerra, in un rapimento, o sul set di Quel pomeriggio di un giorno da cani. Per la direzione di un programma Rai, rivendicata come una proprietà divina, anche meno. Molto meno.


