Oddio, un altro progetto no, per favore, no! L’Etna erutta, non ne può più neanche lui, e la politica cosa fa? Rilancia il progetto, non più rinviabile e strategico per tutta la Sicilia, dell’aeroporto internazionale ad Agrigento… perché oggi esistono tutte le condizioni per tornare a parlarne concretamente. Ma che cosa c’entra mai un aeroporto ad Agrigento con un Vulcano che erutta da ere geologiche? Non si può certo pensarlo come possibile alternativa quando Catania è in difficoltà per le eruzioni dell’Etna. Ma allora la domanda diventa: serve davvero un nuovo aeroporto? Addirittura, strategico, ma per chi e per cosa?
Vediamo un poco cosa dice l’AI: Agrigento-Palermo, 130 km in macchina, 2:30 h, in treno 2 h; Agrigento-Catania, 160 km 2:00 h in macchina, 2:40 h in bus, 3:50 in treno; Agrigento-Siracusa, 205 km e 2:45 in macchina, 4:00 con il bus e 5:40 h con il treno; Agrigento-Messina, 250 km e 3:00 in macchina, 4:35 h in bus e 4:50 h in treno.
Dunque, considerato che Trapani l’aeroporto ce l’ha già, quello di Agrigento servirebbe soprattutto a collegare Agrigento, Caltanissetta e forse Sciacca al resto del mondo. Può essere una buona idea, o forse una pessima idea. Lo decidono i numeri. Quanti passeggeri all’anno? Quante compagnie interessate? Quanti voli? Quali destinazioni? Quale bacino di utenza reale? Quanto costerebbe costruirlo? Quanto costerebbe mantenerlo? Quanto costerebbe ogni passeggero trasportato? Perché un aeroporto deve funzionare. Deve avere voli, passeggeri, compagnie aeree, personale, sicurezza, manutenzione, servizi, collegamenti terrestri.
In verità, un progetto davvero utile per la politica ha senso se ne tira dietro altri, una famiglia, una genealogia, una discendenza infinita di progetti, sempre con la stessa caratteristica di futura, irrealizzabile promessa. Come il Ponte sullo Stretto che, anche fosse utile, o addirittura indispensabile, fino ad oggi è stato molto meglio progettarlo all’infinito che realizzarlo. Meno responsabilità, più soldi, più consulenze, più proclami, più conferenze stampa e, soprattutto, più tempo per trovare qualcuno a cui dare la colpa.
Perché il bello del progetto è che non fallisce mai. Finché è un progetto, è sempre lì lì per essere realizzato, a portata di mano. Se non parte, è colpa di qualcun altro. Se viene rinviato, è colpa della burocrazia. Se viene bloccato, è colpa dei magistrati. Se mancano i finanziamenti, è colpa del Governo precedente. Se arrivano i finanziamenti ma non si fanno i lavori, è colpa della Regione. Se protestano gli ambientalisti, è colpa degli ambientalisti. E se alla fine non si fa niente, il progetto può sempre essere rilanciato.
Così, per l’aeroporto di Agrigento, sindaco felice, politica concorde, progettisti e imprenditori locali entusiasti. E qualcuno, però, potrebbe ancora chiedersi: a che cosa diavolo serve un aeroporto?
Io forse lo so, l’ho capito. Serve a fare scappare più velocemente dalla Sicilia tutti quei ragazzi che stanno letteralmente fuggendo dalle aree interne e non solo da quelle. Loro sì che saranno favorevoli, veramente. Partire, fuggire e potere tornare in vacanza più facilmente. Forse qui c’è una delle poche cose sulle quali un aeroporto potrebbe davvero avere un effetto positivo: rendere più facile la fuga dalla Sicilia.
Perché chi avrebbe il dovere di affrontare un problema così urgente e complesso del quale dovrebbe in qualche modo sentirsi responsabile, si limita alla denuncia. Magari sarebbe necessario costruire le condizioni perché qualcuno abbia voglia di arrivarci, non soltanto di partirne da e per questo fantomatico aeroporto.
Naturalmente, come per ogni cosa in Sicilia, c’è sempre qualcuno che lo reclama per sé. Quindi se Agrigento sì, allora Messina perché no? Come le DOP e le IGP in agricoltura che quante sono nessuno lo sa, soprattutto il mercato.
Ognuno di noi può raccontare di un progetto rimasto rigorosamente tale per decenni e costato un sacco di soldi. Sia un aeroporto o un ponte, una scuola, o una strada, una pista ciclabile o un Parco Regionale. A Palermo c’è il calvario del Parco dedicato a Libero Grassi, che parco ancora non è, e che prima di diventarlo, se mai lo dovesse davvero diventare, sarà costato decine di milioni di euro e decenni di “progetto”.
Sembra che progettare sia forse meglio che realizzare. Certo, chi ha fatto il classico lo sa: iuro, promitto e spero reggono l’infinito futuro, che da noi, però, diventa il futuro infinito. Diciamo che la politica avrebbe bisogno di un bilancio fatto di promesse e di fatti realizzati. Ma la mala politica sa che fare promesse e progetti che, in qualche maniera, saranno bloccati, naturalmente per ragioni indipendenti dalla volontà del progettista o del patron dell’opera, consente di trovare un nemico, il solo mostro del NO, che impedisca al grande politico di turno di portare a compimento la sua grande opera.
Qui sta il dilemma, a Voi la risposta.
Magari organizziamo un convegno nel mitico Palazzo Utveggio, destinato a congressi, eventi e incontri di rilievo internazionale. Ha quattro sale: 164, 64, 28 e 23 posti. In tutto, 279 posti. Eleganti quanto volete, certamente prestigiose, ma 279 posti non ne fanno esattamente un grande centro congressi internazionale.
Si può certamente organizzare un piccolo e raffinato convegno di qualche ora. Si può fare un meeting aziendale. Si può immaginare un evento istituzionale. Ma siamo davvero davanti a un centro congressi internazionale? O siamo ancora una volta davanti a un bel contenitore, restaurato e presentato come qualcosa che ancora non è? Con una logistica del tutto inadeguata per un convegno che duri più di una giornata.
Qualcuno si è posto il problema di un vero centro congressi a Palermo, capace di ospitare grandi eventi, con sale adeguate, servizi, albergo, ristorazione, collegamenti, parcheggi, trasporti e tutta quella logistica che fa di un centro congressi un centro congressi e non semplicemente un palazzo con delle belle sale? Oppure anche questo è un progetto troppo serio, troppo necessario e, soprattutto, troppo fattibile per essere realizzato?
Forse è proprio questo il problema. In Sicilia non ci mancano i progetti. Siamo bravissimi a farli, soprattutto sapendo che non saranno mai realizzati. Manca, qualche volta, la parte successiva. Quella in cui il progetto smette di essere una promessa e diventa un’opera. E forse è proprio per questo che continuiamo a progettare. Perché progettare il futuro è facile. È il futuro, invece, che costa fatica.


