I siciliani non sapevano di averne bisogno, ma oggi alla Regione ci sono tre battitori liberi che provano a fare la voce grossa. Ismaele La Vardera, Cateno De Luca e Gaetano Galvagno: uno denuncia, uno arruola, uno impartisce lezioni. Nel deserto della politica siciliana, danno l’impressione che succeda qualcosa.

In una legislatura che sembra una sessione di bilancio permanente, il problema più urgente rimane come distribuire i soldi nei collegi. Il resto si affida alla capacità dei singoli di occupare la scena. Lo sbirresco La Vardera, dopo aver sollevato il caso della Italo Belga a Mondello e dei possibili condizionamenti mafiosi nelle attività collegate, ha acceso i riflettori sulle pulizie dell’ospedale “Cervello”, gestite dal 2021 dalla Rekeep. A luglio ha presentato una denuncia al Gico della Guardia di finanza; il 28 settembre ha portato la vicenda da Massimo Giletti, a “Lo Stato delle cose”, su Rai3. Fra i dipendenti risultava Fausto Seidita, arrestato lo scorso dicembre e indicato dagli investigatori come il nuovo capo del mandamento della Noce e della famiglia di Cruillas-Malaspina.

Un lavoratore ha raccontato presunte disparità nella gestione di turni, reparti e straordinari, attribuendole a due coordinatrici con stretti legami familiari con uomini condannati. La parentela non prova una responsabilità mafiosa: resta da accertare se nel servizio esista un sistema di favori e condizionamenti. L’assessore Marcello Caruso ha promesso verifiche; Controcorrente gli ha risposto che avrebbe dovuto svegliarsi prima, visto che la segnalazione era già arrivata nei suoi uffici.

Ma per La Vardera la denuncia non si esaurisce mai da sola. Diventa uno show mediatico e personale, con il deputato al centro di tutto: il rischio che corre, i nomi che fa, la determinazione con cui promette di andare avanti. «Ho deciso di rischiare», sottolinea. Per chiedere un accertamento basterebbe consegnare gli elementi agli investigatori. Il passaggio da Giletti aggiunge alla vicenda l’esposizione del suo protagonista, diventando (anche) materia da campagna elettorale.

La candidatura alla Regione segue la stessa sceneggiatura. “Fuori i mercanti dal tempio”, annunciano i manifesti dell’ex Iena. Ma il suo ex mentore politico, Cateno De Luca, gli ha risposto: «Fuori gli improvvisati dal Tempio». Maestro ed ex allievo si contendono persino la cacciata biblica. Per La Vardera, Cateno è il confine oltre il quale il campo largo perderebbe credibilità; per Cateno, Ismaele è un aspirante governatore senza esperienza amministrativa (neppure in un condominio).

De Luca, nel frattempo, si dedica a un altro genere di pulizie: raccoglie ciò che si stacca dalla Democrazia cristiana. Di recente ha presentato tre consiglieri di Favara provenienti dalla Dc. Fanara porta oltre 6.500 preferenze alle precedenti Regionali. Ieri è arrivato Filippo Maria Tripoli, sindaco di Bagheria. Dopo le vicende giudiziarie del partito di Cuffaro, De Luca sostiene di aver cercato un dialogo con quella comunità spaesata. Invano. Gli uomini della Dc sarebbero, a suo dire, «ostaggio di uno scambio elettorale con la Lega che prevede un seggio a Roma per Marco Zambuto». È la sua accusa, da verificare.

Il leader di Sud chiama Nord ha battezzato il “campo nuovo”: «Non chiedetemi più se andrò col centrodestra o col centrosinistra, chiedete a loro se vengono con me». Intanto prepara tre liste e il gruppo sturziano Liberi e forti, annunciato dopo un’intesa alla trattoria Biondo di Palermo. Scateno, d’altronde, è sempre in movimento: a Roma tratta dall’alto del suo 1,5 per cento nei sondaggi, sperando di poter essere il federatore di un’alleanza che sfondi almeno il 3; in Sicilia rivendica le mani libere e invita gli altri – compresi quelli del ‘campo largo’ – a riconoscergli una influenza determinante, se non addirittura il comando.

E Galvagno? Sputtanato dalle vicende giudiziarie che ne hanno appannato le ambizioni per Palazzo d’Orleans, il delfino di La Russa è il più singolare dei tre battitori. L’altro ieri è tornato a rimproverare le opposizioni per non aver presentato una proposta alternativa sulla modifica del voto segreto: sul tavolo, dunque, resterebbe soltanto la sua. Ma per impartire lezioni servirebbe una credibilità istituzionale che il presidente dell’Ars ha consumato. E questa battaglia ha ormai la barba: nel marzo 2018 Musumeci chiedeva di abolire il voto segreto e nel novembre 2019 minacciava persino di disertare l’Aula se non fossero arrivate restrizioni. Galvagno ne invocava la limitazione già nel gennaio 2025 e, lo scorso dicembre, Schifani prometteva la modifica per il mese successivo, dopo gli ennesimi scivoloni della maggioranza. Tutti annunci. Le nuove regole, precisa adesso Galvagno, scatterebbero comunque dalla prossima legislatura: il dito nell’acqua calda dovrà metterlo qualcun altro.

Ma la lezione è sempre meno persuasiva anche per il processo. Galvagno è imputato per corruzione, peculato, falso e truffa; il 17 settembre il tribunale ha respinto la richiesta di trasferire il procedimento a Catania. La prossima udienza è fissata al 5 novembre. Le accuse dovranno essere provate. Il problema politico esiste già: il presidente impartisce lezioni di responsabilità mentre rimane alla guida dell’Assemblea. Più che nelle riforme, il suo talento si riconosce nelle cuciture. Da tempo lavora all’avvicinamento fra centrodestra e De Luca, ne elogia il peso elettorale e scatta selfie con Schifani. Un bel modo per dire “ci sono anche io”.