Niscemi non è una tragedia improvvisa. È una responsabilità annunciata. Ed è soprattutto il risultato di una lunga rimozione istituzionale, oggi mascherata da fatalità. La frana che ha travolto la cittadina nissena, poco più di 25 mila abitanti, arriva da lontano. Da decenni di atti firmati, piani approvati, allarmi reiterati. Per questo stona – e non poco – la narrazione di queste ore, costruita sull’idea che nessuno potesse prevedere ciò che è accaduto.

A Niscemi si sapeva. Si sapeva che il terreno era instabile, che il rischio era massimo, che la frana non era un’ipotesi astratta ma un processo in corso. Era scritto nei documenti tecnici, nei Piani di assetto idrogeologico, negli aggiornamenti ufficiali della Regione Siciliana. Era tutto agli atti. E ciò che è agli atti non può diventare, per convenienza, invisibile.

Anche il ministro Nello Musumeci, un attimo prima di annunciare un’indagine amministrativa sulla vicenda, ha spiegato che tutti sapevano. Dimenticando – o omettendo – che fino al 2022 era lui il presidente della Regione siciliana. Alfonso Raimo, sull’Huffington Post, richiama un Piano di assetto idrogeologico (PAI) aggiornato al 2022 che classifica Niscemi a rischio R4, il massimo. Quel documento reca una firma precisa: quella di Musumeci. Ismaele La Vardera ha portato le carte all’Assemblea regionale, collegando atti, firme e conseguenze. “Niscemi – dice il deputato di Controcorrente – era già stata attenzionata dall’ex presidente che nel 2022 conosceva i gravi rischi del terreno franoso e il potenziale pericolo. Il Dipartimento aveva segnalato tutto. Dopo quell’atto, in cui veniva messo nero su bianco dalla stessa Regione che Niscemi aveva bisogno di interventi urgenti per consolidare il territorio, nulla è stato fatto”.

La sua analisi prosegue: “Nel 2022 c’era Musumeci e nel 2023 c’era Renato Schifani, che era anche commissario per il dissesto idrogeologico. Come fa il ministro a dire, oggi, che non è stato avvertito dal Comune di Niscemi, quando è agli atti che sapeva tutto?”. La conclusione è netta: parla di responsabilità gravi, politicamente inequivocabili. Dimissioni? Nessuna. Al contrario. Musumeci siede ai tavoli con Giorgia Meloni, tira le orecchie agli amministratori locali – è sempre colpa di qualcun altro – e stanzia cifre ridicole (100 milioni per le tre regioni investite dal ciclone). Schifani, invece, si concentra sui ristori: ieri ha annunciato nuovi contributi a sostegno delle imprese turistiche, da 5 mila euro in su.

Matteo Renzi, con il tono che gli è proprio, ha messo il dito nella piaga: “Non governano, rincorrono gli eventi. Il ministro Musumeci – ha insistito il leader di Italia Viva, intervistato da Repubblica – non vuole mandare avanti il piano Italia Sicura, dopo averlo promesso e dopo che gliel’ha chiesto il Parlamento con un voto bipartisan del novembre 2022. Nello, inteso come ministro, ha fatto più danni di Harry inteso come ciclone: hanno sprecato i sei miliardi del Patto per la Sicilia che noi avevamo stanziato e non hanno riaperto Italia Sicura. E l’Assemblea regionale siciliana fischietta regalando mancette a fine anno”.

Lirio Abbate, su Repubblica, ricostruisce la vicenda partendo da un dato che dovrebbe chiudere ogni discussione: le risorse c’erano. “Sono nero su bianco nei decreti e nelle tabelle del Pnrr analizza il giornalista -: quasi cento milioni di euro per 46 interventi. Una parte consistente è già stata spesa. Ma non a Niscemi. Qui, dove la frana era prevista, studiata e annunciata da trent’anni, nessuno ha presentato un progetto per questa fetta di terra che continua a franare. Né il Comune né la Regione hanno chiesto finanziamenti per il consolidamento del territorio”.

E in effetti, dal 1997 in poi, Niscemi vive in uno stato di emergenza permanente. Dopo la frana del 12 ottobre di quell’anno – con interi quartieri evacuati, 48 abitazioni demolite e centinaia di persone sfollate – il rischio viene classificato al livello massimo (R4) e l’emergenza prorogata per anni. I fondi vengono annunciati, i commissari si succedono, ma i cantieri non partono. Un appalto da nove milioni di euro si arena nei contenziosi. Un progetto strutturale da otto milioni, pronto dal 2016 per il consolidamento del versante occidentale, non viene mai finanziato. Dal 2014 a oggi, su circa venti milioni di euro programmati, ne viene speso poco più di un milione e duecentomila, in interventi parziali e non risolutivi. E soprattutto, dal 2019 in avanti, come certifica la stessa struttura commissariale regionale, non risulta alcuna richiesta di finanziamento inoltrata dal Comune di Niscemi. Un vuoto amministrativo che accompagna, passo dopo passo, l’aggravarsi del rischio.

La frana di Niscemi, in fondo, dimostra una verità scomoda: non è mancata l’informazione, ma la decisione. Non sono mancati i fondi, bensì la progettazione. Non è mancato il tempo, è mancata la volontà di assumersi una responsabilità prima che diventasse troppo tardi. Questa è la fenomenologia delle assenze. Una politica che si manifesta solo a disastro avvenuto, con le passerelle e il profluvio di parole, e si ritrae quando dovrebbe mettere in campo la prevenzione. A Niscemi non è crollata solo una collina argillosa. È crollata, ancora una volta, l’alibi della fatalità.