C’è stato un tempo in cui i contenziosi dei comuni siciliani, amministrati da Forza Italia, dovevano essere tutti affidati a lui: ordine perentorio dei vertici del partito. E lui spadroneggiava, soprattutto a Palermo, dove incassava sostanziose parcelle da Amat, IACP, Teatro Massimo. Poi l’Innominato – sapete che una transazione ci vieta di fare il suo nome – è passato ai piani alti della Regione: è stato tre volte assessore con Raffaele Lombardo e plenipotenziario di Economia e Bilancio con Nello Musumeci. Durante quest’ultimo incarico alla Presidenza viene notificata un’ordinanza del tribunale civile di Palermo: la zarina, che dopo lo sposerà ufficialmente, gli aveva pignorato lo stipendio che la ragioneria della Regione gli corrispondeva nella qualità di assessore. Quell’atto giudiziario, quantomeno bizzarro tra due conviventi, dava la possibilità all’Avvocatissimo – lo chiamavano così nei palazzi del potere – di apparire nullatenente e di non pagare gli alimenti alla figlia avuta dalla prima moglie.

Dai governi della Regione al retrobottega della Regione, dove si traccheggia con affaristi e faccendieri, il passo è stato breve, anzi brevissimo. L’Innominato dispensa consulenze e pareri legali a due avventurieri di calibro internazionale: il primo, Ezio Bigotti, riesce a inventarsi un censimento del patrimonio immobiliare della Regione – di fatto inesistente – e a riscuotere oltre cento milioni di euro subito trasferiti in Lussemburgo. L’altro è Stefano Ricucci, un saltimbanco che operava tra Italia e Svizzera, rimasto famoso per una frase purtroppo celebre: “fare i froci col culo degli altri”.

Ma il “core business” dell’irrequieto Avvocatissimo resta sempre e comunque la politica. Nell’estate del 2022, prima di essere incoronato da Renato Schifani sovrastante esclusivo e incontestabile di Palazzo d’Orleans, è riuscito a infinocchiare pure la coppia formata da Matteo Renzi e Carlo Calenda, due furbi di tre cotte. Questo spiega perché attorno allo scandalo – ricordiamolo: la Procura di Palermo vuole mandare l’Innominato non agli arresti domiciliari, ma direttamente all’Ucciardone – non c’è solo il silenzio imbarazzatissimo del presidente della Regione. C’è l’omertà, larga e trasversale, di una classe politica che per trent’anni ha consentito all’Avvocatissimo di macinare in allegria – e forse anche in compagnia – una quantità inimmaginabile di denaro pubblico. Di piccioli.