Non c’è niente di reale nella più reale delle crisi istituzionali di questo Paese dall’avvento di una memoria cibernetica collettiva. Lo scontro tra Mattarella e i nuovi barbari del web è una grande finzione dove l’unica cosa che fa rabbrividire è la violenza dell’ignoranza. Come un televoto in cui nessuno vince ma al limite si guadagna una citazione nei titoli di coda di un film di quart’ordine come quello a cui stiamo assistendo, ciò che conta non è la testa che esprime un pensiero ma il dito che lo spara. Il mouse come un grilletto, il social come una piazza di esecuzioni sommarie in stile talebano: solo che qui non ci sono veli sul volto o immagini sgranate, ma nickname e alta definizione.

Non ha alcun valore cosa dire, l’importante è propalare, esserci nell’ostentazione del non essere un bel niente (rivoluzionari, conservatori, mancini, destrorsi, anarchici, repubblicani, schietti, ammogliati). Nel decidere con un clic se dare la morte o concedere l’altare al povero Mattarella non importa la sostanza e, a dire il vero manco la forma. Ciò che fa audience o meglio engagement (abbiamo ripassato l’inglese, on line of course) è il ripetersi grottesco di un mantra che tra mille domande non nasconde la sola risposta possibile per chi si crogiola nella versione social del dubbio amletico: essere o non essere? Minchiate.