«Venite a riconoscere i vostri mali sotto lo splendore di quest’anima antica e pur sempre novella». Raccontano che è anche ripensando a questo passaggio dell’appello rivolto nel 1895 da Gabriele D’Annunzio agli artisti d’ogni dove, affinché confluissero in massa a Venezia a popolare la nascente Biennale «dei loro sogni e dei loro sforzi nuovi», che Pietrangelo Buttafuoco ha deciso di andare contro tutto e contro tutti nella scelta di non arretrare di mezzo millimetro rispetto alla riapertura del padiglione della Russia.
Tra le sontuose stanze di Ca’ Giustinian, dove il viavai di quelli che ne omaggiano il «coraggio leonino» e «l’ardimentoso spirito» si fonde col sussurro di chi gli ha chiesto sommessamente «ma chi te lo fa fare?» — sottotesto, di mettersi contro Giorgia Meloni, contro il plenipotenziario Giovanbattista Fazzolari, contro un pezzo di quell’album di famiglia che da trent’anni lo colloca nella prima riga dell’elenco degli intellettuali di destra e alla fine anche contro il ministro Alessandro Giuli, già suo amico e allievo — il presidente della Fondazione risponde con un mezzo sorriso, che rimanda all’elenco dei paesi che dovrebbero essere esclusi dalla Biennale se valessero i criteri applicati a Mosca. Vi figurano decine e decine di Stati tra cui la Città del Vaticano, che comparirebbe tra le «obiezioni etiche» perché «monarchia teocratica assoluta elettiva». «Ecco, se applichiamo a chiunque questi criteri che pretendono di applicare ai russi, l’Esposizione internazionale dell’Arte finiremmo per farla soltanto col padiglione della Svizzera. E diventerebbe la Biennale dell’orologio a cucù…».
Non è dato sapere a quanti dei suoi interlocutori e ormai ex amici del governo Meloni Buttafuoco abbia citato il paradosso della Svizzera e dell’orologio a cucù. E, nel caso, quanti di loro siano stati in grado di cogliere la battuta di Orson Welles nella trasposizione cinematografica de Il terzo uomo di Graham Greene. Ma là dentro, per il presidente della Biennale, c’è tanto se non tutto l’oggetto del contendere: «In Italia, per trent’anni e sotto i Borgia, hanno avuto guerre, terrore, omicidi e carneficine ma vennero fuori Michelangelo, Leonardo da Vinci e il Rinascimento. In Svizzera, in cinquecento anni di quieto vivere e pace, che cosa è venuto fuori? L’orologio a cucù».
Ecco perché, rispetto a tutte le obiezioni che gli sono state poste a partire dalla parola «Putin», Buttafuoco — che si muove come una sorta di ultimo giapponese, che non ha paura di fare a pezzettini l’ultima pagina di un album di famiglia già ridotto in brandelli — ha detto a chiunque che non si ferma in nessun caso. Neanche se mi arrestano, avrebbe risposto con una battuta quando gli hanno riferito che una specie di task force mandata da Fazzolari al ministero della Cultura dal neo viceministro Emanuele Merlino avrebbe verificato gli estremi per detronizzarlo prima dell’inaugurazione e commissariare la Biennale. Estremi che ci sarebbero stati solo in caso di mala gestione finanziaria «e che quindi non c’erano e non ci sono proprio, anzi».
Quanto al richiamo del consiglio d’Europa, che ha chiesto espressamente alla Biennale di non riaprire il padiglione russo, nella cerchia ristretta di Buttafuoco hanno notato «con un misto di stupore e sconcerto» che la lettera è stata indirizzata «alla curatrice Koyo Kuoh», ignorando evidentemente che fosse morta l’anno scorso. Per l’Ultimo giapponese, insomma, la trincea è scavata per difendersi da chi secondo lui si abbevera di voglia di censura e obbedisce agli ordini senza neanche sapere quale sia la posta in gioco. Lui continua evidenziarla, la posta in gioco, con quel ragionamento in cui si fondono D’Annunzio e Orson Welles, Michelangelo e le carneficine, la Svizzera e gli orologi a cucù.
Quando gli hanno comunicato che il ministro Giuli avrebbe disertato l’inaugurazione, dicono la risposta sia stata chiedere se Giuli fosse ministro solo di nome o anche di fatto. E non ha aggiunto altro, dicono.


