La formula della prudenza è andata in soffitta. Fino a qualche settimana fa, per non dire a Renato Schifani che non lo volevano al bis, gli alleati parlavano di tempi non maturi, valutazioni da compiere e decisioni da prendere (a Roma). Adesso il mantra è cambiato: gli dicono che ha governato bene, addirittura benissimo. È il nuovo modo, più affettuoso, per non garantirgli la ricandidatura.
A Schifani così è tornata la speranza, che presto potrebbe tramutarsi in illusione. L’unico ad andarci coi piedi di piombo è proprio lui, il governatore, che pur avendo ammesso di essere tentato – vorrebbe inaugurare i termovalorizzatori e altre cosuzze – sa bene che gli umori attorno alla sua ricandidatura si sono raffreddati parecchio e che a decidere non sarà lui. L’Ars è paralizzata di fronte alle proposte del governo, la manovrina slitterà a settembre, i partiti sono sul piede di guerra, la questione morale è finita annacquata: un po’ troppo per fingere indifferenza. Eppure, attorno alle macerie di questa legislatura, tutti continuano a parlare di quella cosa là: il bis.
I segretari di partito non lo affrontano più con cautela, come fino a un mese e mezzo fa. Adesso, quasi con spocchia, vorrebbero far passare il messaggio che Schifani è il candidato naturale, che ha lavorato bene, che ha raggiunto risultati incoraggianti. Qualcuno sostiene addirittura che i giudizi lusinghieri delle agenzie di rating sarebbero l’effetto di una coalizione coesa. Da questo ti accorgi quanto la fantasia superi la realtà e quanto la strategia rischi di ridurre a brandelli questo sogno spericolato. Perché il riconoscimento del buon governo arriva sempre accompagnato da un “ma”.
A tornare alla ribalta, a un anno e passa dalla scadenza naturale del mandato, sono amici e nemici della prima ora. Dall’hotel Sheraton di Catania, anche il presidente del Senato Ignazio La Russa, artefice dello Schifani-uno nell’estate del 2022 – era uscito di scena Musumeci e fu di La Russa la proposta di un forzista –, è tornato a ribadire che «Schifani è un mio amico, non decido io ma sicuramente sta lavorando molto bene». Una linea ribadita nel corso dell’intervento al party Ecr, il gruppo dei conservatori europei: «Il toto candidato in Sicilia del presidente della Regione? Come ha detto il coordinatore regionale Luca Sbardella, Schifani è un buon presidente – ha ostentato La Russa –. Ma se il suo stesso partito decidesse di riaprire la discussione, ci sarebbero dei candidati anche di Fratelli d’Italia. Non è scontato che il prossimo governatore sia di Forza Italia».
Ecco. Appunto. Prima il complimento, poi l’avvertimento. Schifani è bravo, è un amico, lavora bene. Ma Fratelli d’Italia ha i propri candidati. Sbardella, di professione “commissario”, si è espresso nuovamente nel corso della convention di Cateno De Luca, che durante l’evento del Politeama aveva lanciato il proprio governo di liberazione, anche da Schifani & Co. «Sul piano economico il governo regionale ha raggiunto risultati insperati, è ingiusto criticarlo», sosteneva Sbardella. Precisando poi che «il programma di De Luca è ampiamente condivisibile anche perché è sovrapponibile a quello del centrodestra, per il futuro siamo meno interessati alle persone e più al programma».
Tradotto: il presidente può essere sostituito, purché il centrodestra continui a vincere. La promozione dell’azione di governo non comporta affatto la conferma di chi l’ha guidata. Anzi, rischia di diventare la premessa elegante per accompagnarlo all’uscita. Sbardella, qualche settimana fa, all’Adnkronos, era partito da qui: «Ne dobbiamo discutere, bisogna sedersi intorno a un tavolino, capire come sono le condizioni della coalizione, come sono le condizioni della candidatura e verificare. A Fdi interessa vincere le prossime elezioni regionali in Sicilia, quindi interessa individuare un candidato che sia vincente». E poi l’avviso, netto: «Se dovesse essere messa in discussione la ricandidatura del presidente della Regione, anche noi ci siamo». Questo il passaggio ripreso l’altro ieri da La Russa.
Non è mai stato tenero nel suo giudizio Giorgio Mulè, di Forza Italia. Il vicepresidente della Camera aveva tirato fuori la formula del “risanamento etico” e del “rinascimento politico”, dichiarando a ogni occasione utile che, se Forza Italia glielo avesse chiesto, lui non avrebbe esitato un attimo a correre (per il dopo-Renato, s’intende). Ma anche Mulè, il più deciso fra gli aspiranti, adesso sembra coltivare l’arte dell’ambizione tenendo la lingua a freno: «Ancora una volta mi è stato chiesto, dopo innumerevoli articoli sui giornali, un’eventuale mia disponibilità a una ancora più eventuale richiesta di candidatura a presidente della Regione Siciliana da parte della coalizione di centrodestra. Ribadisco ciò che ho sempre detto: sono figlio della Sicilia e i siciliani mi hanno dato l’onore e la responsabilità di essere un loro rappresentante in Parlamento. Se in futuro dovesse arrivarmi la richiesta di assumere una responsabilità direttamente nella mia terra, ovviamente non mi tirerò indietro». E ha aggiunto: «Questo non è un attacco o una delegittimazione nei confronti di Renato Schifani, che sta governando benissimo».
Insomma, tutti riconoscono il buon governo di Schifani a tal punto da non spendere una parola di certezza, univoca e chiara, sul bis a Palazzo d’Orléans. Prima gli dicevano che era troppo presto per parlarne. Adesso gli spiegano che è stato bravissimo. In politica, quando cominciano a farti i complimenti senza prometterti nulla, conviene preparare gli scatoloni.


