Se il Corriere della Sera dedica alla Sicilia una pagina intera non benevola la domenica, per la penna del suo editorialista, il prestigioso Stella, ci sarà qualcosa sotto. Così probabilmente ha pensato qualcuno a Palazzo d’Orléans, dove ormai si vive una sindrome da assedio che scatena istinti paranoici. Ovunque si vede un nemico nell’ombra. Un sodale di qualche pretendente al soglio. Un cospiratore che intende sminuire ruolo, prestigio e realizzazioni del governo attuale. Per prenderne il posto, per impedirne il rinnovo che fino a qualche mese fa sembrava ineluttabile e necessario, almeno nella maggioranza. Una congiura, ovviamente.
Che però non porta a disarmare e a cedere se non quando si riterrà opportuno. Cioè quando saranno chiariti i termini di un possibile scambio, ancora non maturo; oppure si fermerà l’ondata negativa. Per lasciare spazio a un rinnovo meritato, necessario per completare il lavoro di lunga lena iniziato in questi anni. Anni difficili nei quali la mole di problemi ereditati e irrisolti è sembrata tracimare e sovrastare un governo di belle speranze e purtroppo di poche qualità specifiche.
Legato alle scelte di partiti divenuti troppo piccoli e rissosi. Sempre sotto il ricatto dei franchi tiratori e sotto l’assedio pignolo dei deputati alla ricerca di qualcosa per sé e per il solo collegio in cui furono eletti. Un collegio a dimensione provinciale, ristretta, pretenziosa, insidiata dalla concorrenza. Che quindi comporta di necessità una rincorsa costante ai benefici, alle scelte territoriali, che abbiano cioè ricadute visibili e immediate sul territorio. Rinviando riforme che non si vedono e non danno voti.
Una necessità che diventa ossessione in fine di legislatura e che condiziona la politica del governo, costretto, magari non troppo malvolentieri, ad assecondare i desiderata dei suoi deputati. E anche di quelli di opposizione. Come ha detto qualcuno molto autorevole: «A fare il pane con la farina ricevuta dai siciliani». Una farina spesso scadente e non troppo buona, sicché il pane troppo spesso non cuoce oppure ritarda.
E nel frattempo accade quello che Stella racconta. L’acqua che pure ci sarebbe negli invasi, grazie alla notevole piovosità, si perde per strada nelle condotte bucate, mal tenute, spesso saccheggiate, vittime dell’incuria e della rapina. Le campagne ardono sotto il clima feroce. L’agricoltura stenta a produrre o lo fa a costi troppo alti. Le infrastrutture locali si degradano.
Fatti e non opinioni, come vuole l’interpretazione sbagliata che toglie finanziamenti a chi critica e vorrebbe darli solo a chi racconta fatti. Ma i fatti spesso sono scelte. E l’opinione può essere più corretta dei fatti adulterati. Più onesta. Già scegliere di raccontare un fatto piuttosto che un altro implica una valutazione che solo un’etica professionale corretta può garantire che non esondi.
Ed invece si aspettano solo giudizi positivi, fatti favorevoli, magari inchini giudiziosi e succubi. E diversamente sarebbe come farsi del male con le armi che si pagano. Come il Conte nelle Nozze di Mozart, vedere un servo che si ribella provoca un insulto irricevibile. Con la non lieve differenza che i soldi non sono del padrone che li impiega, ma del pubblico che ignora spesso l’uso che se ne fa. E che l’insulto è in realtà una verità doverosa.
Una semplice constatazione che i fatti sono testardi. Non si piegano né alla propaganda né agli interessi del principale. Anche quando non aggradano al padrone o a chi si ritiene tale. È vero, l’acqua continua a disperdersi. Fino al 65% di quella immessa. Uno scandalo immenso. Che affonda nel passato e continua nel presente.


