“Ci vorrebbe un amico” e dimenticare Lavitola è impossibile. I piatti di vongole sgusciate adesso li presenta Carmine, il Cefalù Bistrot rimane aperto e in sala, sulle note di Antonello Venditti, “ci vorrebbe un amico/ qui per sempre al mio fianco” (non è uno scherzo), gli ospiti cercano Antonio: “Dove è Antonio?”. Antonio, chi? E’ il “mandante del mandante”, di cui parla Ranucci sui social, o è lo pseudonimo di Clesio Tavares, il tuttofare di Lavitola, con la sciabola, il Lord Byron contumace in Camerun? Undici tavoli, quasi tutti prenotati, e una cameriera che ha preso in mano la carta dei vini in attesa che torni “Valter”, aspettando Valter, “un uomo buono, mi creda”. “Ranucci? Mai visto Ranucci…. Alla fine ci ha fatto pubblicità”. La Rai cerca il sostituto di Sigfrido e Lavitola lo ha trovato dal carcere, da remoto. E’ Carmine e vi propone il riccio di mare, la specialità, “ma se vuole ci sono le ostriche”. E anche la Polizia. “Ah, sì. La polizia è venuta la scorsa sera per colpa di un’auto”. Ancora del tritolo? “Macché, il problema è la doppia fila”. Bang. E’ Lavitola il Limonov italiano e il suo ristorante è la continuità, la vongola sgusciata alla Paolo Mieli, come tessera vip, l’oste aedo che spalanca mondi e avventure. Il regista Nolan ha il ritorno a Itaca di Ulisse e il giornalismo Rai quello al Lavitola bistrot. In una Roma ancora desolata salgo su per le scale di via Ugo Bassi, fino a via dei Quattro Venti, dove è iniziata l’epica d’amore: l’alice marinata come innesco.



