Ecco che per la riconferma di Schifani i pianeti sembrano allinearsi. Dopo La Russa e Cardinale, anche Lombardo, usando la formula dell’ha fatto bene, dichiara di essere favorevole. Ha fatto bene, soprattutto nel tenere i conti in ordine, e oggi ha terre al sole e grano da investire. Dunque, va riconfermato per completare il lavoro e anche per mettere i soldi a disposizione degli elettori.
All’appello manca solo Cuffaro, messo da parte dopo il nuovo incidente giudiziario che ne ha chiuso l’esperienza politica. È stato espresso stupore per quest’ultima presa di posizione del politico della Sicilia orientale, che viene dopo trascorsi burrascosi e una certa scontentezza manifestata in un recente passato. Ma l’uomo è imprevedibile e soprattutto non deve dare conto a nessuno né della sua coerenza né delle sue posizioni. È un autonomo autonomista. Che non accetta sopra di sé nessun capo nazionale. Cosa che, invece, più o meno devono fare gli altri protagonisti della vicenda.
Tutti questi ultrasettantenni sono esperti di politica politicante. Hanno cominciato giovanissimi e, da quando erano studenti, non hanno mai smesso. Hanno ricoperto rispettivamente cariche rilevanti come l’attuale presidenza del Senato, un ministero con D’Alema presidente del Consiglio e la presidenza della Regione. La loro storia li rende almeno generali di brigata e forse guide della politica regionale, sicuramente aspiranti tali.
Della politica conoscono i misteri e le anse più tortuose. Ne hanno frequentato diversi ambiti e stagioni. Sono ancora protagonisti. Da più di cinquant’anni in piedi. E tutti, perciò, credono di essere il sale di questa terra. Che non ha visto crescere, dopo di loro, una giovane classe dirigente. Loro che già furono al comando delle correnti interne dei partiti nei quali svolsero il proprio cursus honorum. Prima obbedienti e solerti prestatori d’opera, intelligenti e furbi. Poi capi fazione e, successivamente, suggeritori eccellenti, se non guide esperte di cordate che rispondono più a loro che all’astratto partito di riferimento, in genere più piccolo di prima.
Erano capicorrente quando i partiti erano più grandi. Ora che si sono rimpiccioliti sono capipartito, o almeno capi parte, oppure solitari condottieri. Già, perché l’esperienza ha insegnato loro che i partiti senza testa non sono niente. E che la testa del partito è quella che conta per le decisioni vere, per le scelte finali. Quelle che portano e tengono al comando. E si sostanziano in posizioni di forza e di potere, buone a ottenere vantaggi per il proprio gruppo e quindi a perpetuarsi.
Capotavola è dove sta seduto ciascuno di loro. A meno che non sia presente il capo supremo, che nel caso di Lombardo coincide con sé stesso. Questa è la democrazia. Che comporta attenzione, sacrificio di tempo e cura degli interessi di gruppo. Come un’impresa, direbbe Weber, o una grande concentrazione artigiana. E guai a chi non ha truppe, come dimostrano tante esperienze storiche.
Quanto alle idee e ai programmi, l’esperienza suggerisce molto più della teoria. E poi, al momento giusto, si trova sempre qualche intellettuale, preferibilmente giovane e appassionato, a cui far scrivere un bel programma da presentare agli elettori. Che si ha cura di favorire e beneficiare. In modo che, se non il programma, a convincerli siano i necessari favori, le prerogative conservate e i nuovi benefici acquisiti.
In questo senso, le scelte della volta scorsa confermano La Russa come il grande sponsor di Schifani, a detrimento di Musumeci, che fu sostituito e compensato con un bel ministero. Cardinale appoggiò invece, con i suoi amici, la nuova esperienza, con un campione delle preferenze posto sotto amorevole curatela. Quanto a Lombardo, il più riottoso e meno malleabile, preferisce negoziare in Sicilia anziché obbedire alle scelte romane.
E queste sono paventate da tutti e tre i protagonisti. Che pure qualche rilievo lo hanno. Il fatto è che perfino una dirigente autorevole come la Meloni deve fare i conti con realtà territoriali nelle quali può facilmente insorgere la rivolta contro le decisioni prese a Roma. Mentre in Forza Italia, pur calante rispetto al momento Berlusconi, si ostenta autonomia rispetto a eventuali fissazioni di rinnovamento della famiglia.
Chi prevarrà è ora difficile da dire. Certo, qualche sotterraneo negoziato potrà essere condotto, soprattutto se l’uscente si è indebolito. A lui si potranno chiedere spazi di gestione e di influenza. Del resto, i governi che verranno saranno ancora di coalizione, con necessari compromessi. Attenti soprattutto all’inflazione e al caro benzina, che possono rovesciarli più della politica parlata.
E solo il popolo sovrano, per quanto ormai minoritario alle urne, deciderà chi può vincere. Non chi potrà fare meglio per la Sicilia. E i giovani, che pure la Meloni sembrerebbe preferire? A loro toccherà crescere ancora un po’, come disse Croce.


