In Sicilia ci sono due Sanità. Una prova a curare i malati. L’altra il potere. La seconda è quella che funziona meglio, perché produce nomine, carriere, sottogoverno, affari e, soprattutto, assunzioni. La prima dovrebbe ridurre le liste d’attesa, garantire i livelli essenziali di assistenza e impedire che nascere, ammalarsi o invecchiare nell’Isola diventi una condanna. Ma continua a perdere terreno.
Il governo Schifani ha appena annunciato un’infornata da 2.750 contratti a tempo indeterminato: medici, infermieri, operatori socio-sanitari, assistenti sociali, amministrativi e tecnici da destinare a Centrali operative, Case e Ospedali di comunità. Sul piatto ci sono oltre 140 milioni di euro, che si aggiungono ai 39 milioni già riconosciuti per gli infermieri di famiglia e alle centinaia di milioni investite nelle strutture territoriali del Pnrr. I concorsi, promette l’assessore Marcello Caruso, partiranno entro la fine dell’anno.
Assumere personale è necessario. Nessuno può sostenere il contrario davanti a reparti svuotati, pronto soccorso in affanno e professionisti in fuga. Ma la Regione ha annunciato il numero prima ancora di avere definito il fabbisogno, prima del confronto con i sindacati e di un passaggio in commissione Salute. Segno che la macchina del consenso è già in moto (quella amministrativa meno). Le nuove strutture territoriali rischiano così di diventare l’ennesimo contenitore in cui riversare personale senza avere chiarito chi debba fare cosa, con quali responsabilità e per raggiungere quali risultati.
La Sanità che interessa alla politica è un’altra. È la più grande industria pubblica della Sicilia, muove miliardi, distribuisce incarichi e governa un sottobosco sterminato di aziende, enti e consulenze. Le nomine dei manager sono state per anni presentate come selezioni fondate sul merito, ma le inchieste hanno raccontato un’altra cosa.
Secondo l’accusa della Procura di Palermo, Totò Cuffaro si sarebbe adoperato per mantenere nell’orbita della Dc una delle poltrone più pesanti della Sanità palermitana, sostenendo Roberto Colletti nella partita per la guida di Villa Sofia. La disponibilità del manager sarebbe emersa, secondo i pm, anche nella gestione del concorso per gli operatori socio-sanitari. Al Cefpas, per la Procura di Caltanissetta, Roberto Sanfilippo avrebbe assecondato le indicazioni di Riccardo Gallo Afflitto nella distribuzione di incarichi, consulenze e affidamenti, ricevendo in cambio il sostegno alla propria permanenza al vertice. Sono ipotesi accusatorie, ma raccontano quanto sia importante, per i partiti, occupare e controllare le caselle della Sanità.
Poi ci sono le carriere, che non hanno bisogno di essere illecite per mostrare quanto contino le relazioni costruite dentro il sistema. Daniela Faraoni ha lasciato da pochi mesi l’assessorato regionale alla Salute ed è appena stata nominata presidente di Infratel Italia, la società pubblica del gruppo Invitalia che attua gli interventi per le infrastrutture digitali nazionali. Una dirigente cresciuta dentro il sistema sanitario siciliano, passata dalle direzioni amministrative e generali delle Asp e approdata adesso alla guida di una società nazionale. È la fotografia di una Sanità che non è soltanto servizio pubblico. È anche un sistema di potere e di relazioni capace di accompagnare le carriere ben oltre gli ospedali.
Mentre questa Sanità distribuisce posti e costruisce carriere, un’altra prova a farsi ascoltare. Oltre mille tra medici, operatori, dirigenti, tecnici, accademici e cittadini hanno sottoscritto la “Lettera appello per il rilancio della sanità della Sicilia”. L’iniziativa si definisce civica e rivendica la propria estraneità ai partiti. Ma è inevitabilmente politica, perché mette sotto accusa un sistema costruito e governato dalla politica.
E parte da una domanda che Palazzo d’Orléans preferisce evitare: come ha fatto la Sicilia, capace tra il 2008 e il 2014 di risanare i conti, ridurre la mobilità sanitaria e risalire nelle valutazioni nazionali, a tornare nelle ultime posizioni per la garanzia dei livelli essenziali di assistenza? I firmatari chiedono programmazione e controllo, trasparenza, legalità e responsabilità amministrativa. Dicono che la perdita di fiducia dei cittadini viene prima delle classifiche di Agenas e che i numeri arrivano soltanto alla fine, quando il sistema ha già smesso di funzionare. Propongono un laboratorio aperto a professionisti, università, associazioni, amministratori, imprese e cittadini: una “Officina della Sanità Siciliana” da cui fare nascere una riforma vera. Una riforma che stabilisca chi decide, come viene scelto, quali risultati deve raggiungere e cosa accade quando fallisce.
Eccole, le due Sanità. Quella del governo risponde alla crisi annunciando 2.750 assunzioni. L’altra domanda chi governerà quelle risorse, con quali regole e per ottenere quali risultati. La prima misura il successo con i posti messi a concorso, i cantieri conclusi e le caselle occupate. La seconda con il tempo necessario per ottenere una visita, la qualità delle cure, la sicurezza dei reparti e la possibilità di non essere costretti a partire per curarsi.
Le assunzioni servono, ma non assolvono nessuno. Senza una rottura con la lottizzazione delle nomine, criteri verificabili per la scelta dei manager, valutazioni pubbliche dei risultati e responsabilità per chi fallisce, anche 2.750 nuovi contratti rischiano di diventare soltanto una gigantesca operazione di consenso. Ai politici servirà di sicuro. Resta da capire se servirà anche ai cittadini.


