Una volta per non pagare il conto bisognava conoscere il proprietario. Oggi basta sperare che il proprietario conosca te. A Catania, qualche sera fa, un pizzaiolo serve due clienti. Uno, dettaglio non secondario, ha oltre quattrocentomila follower su Instagram. Mangiano, si complimentano, se ne vanno. Alla cassa, secondo il titolare, non passano e il conto resta lì: una sessantina di euro. Il pizzaiolo è Lele Scandurra, il locale L’Evoluzione. Nei giorni successivi, senza spiegazioni né scuse, espone un cartello: “Qui gli influencer non possono entrare”.
La tentazione è chiudere qui. Il lavoro contro lo scrocco, la farina contro lo smartphone. Materiale perfetto per indignazione rapida e talk show. Ma questa non è una storia di pizza. È una storia di privilegio. Per secoli il privilegio è stato riconoscibile: cognomi, titoli, patrimoni. Poi è diventato relazione: “dica che la mando io”, “conosco il proprietario”. Oggi ha un numero sotto una foto: quattrocentomila follower. Non sono denaro, né garanzie. Eppure abbiamo deciso che possano trasformarsi in cene, viaggi, prodotti. Abbiamo creato una nuova moneta: la visibilità. Ma non sarebbe intellettualmente onesto sminuire la figura dell’influencer, ormai entrata a pieno titolo nella lista dei mestieri più appetibili, e non solo per disoccupati o spiantati. È una vera professione, spesso anche molto redditizia: chi orienta davvero le scelte di centinaia di migliaia di persone genera valore economico superiore al costo di una cena. Se c’è un accordo, non c’è scandalo: contenuti in cambio di servizi. Un contratto, anche senza carta bollata.
Il problema nasce quando il contratto sparisce ma resta il privilegio. Quando al posto della collaborazione resta sospeso il vecchio: “Lei non sa chi sono io”. Solo che oggi basta un profilo. Ed è qui che si torna al conto della pizza: secondo il titolare, nessuna collaborazione era stata concordata. Il cliente avrebbe prenotato come un ospite qualsiasi. Come una persona “normale”. Mangiare, aspettare, pagare. Come tutti.
Negli ultimi quindici anni abbiamo costruito il contrario, contando i follower prima dei contenuti. Abbiamo trasformato sconosciuti in celebrità perché erano già visibili: un cortocircuito perfetto. Anche il giornalismo ha iniziato a chiedere il numero di follower come dato biografico. “Qui gli influencer non possono entrare”. Un divieto quasi comico. Come si riconosce un influencer? Quanti follower occorrono per meritare il daspo gastronomico? Abbiamo confuso influenza e autorevolezza e abbiamo costruito un’aristocrazia instabile, dove il titolo cambia ogni giorno e dipende da un algoritmo.
Un tempo si ereditavano castelli. Oggi interazioni. C’è però una verità rassicurante in questa storia: nonostante tutto, esiste ancora un punto in cui il digitale deve fermarsi. La cassa. E forse Scandurra non dovrebbe vietare l’ingresso agli influencer. Dovrebbe fare il contrario: farli entrare, farli mangiare, farli fotografare, lasciarli raccontare la pizza ai loro follower. E poi, alla fine, compiere il gesto più sovversivo rimasto nella società della visibilità: portare il conto.

