Sfida all’ultima impugnativa

L'assessore all'Economia Gaetano Armao è sul banco degli imputati. Nonostante l'accordo di finanza pubblica con Roma

“Sugli interessi della Sicilia e dei siciliani vigilanza alta”. Gaetano Armao posta un’agenzia su Facebook e si gonfia il petto. Come per dire: guardate quanto siamo bravi. L’agenzia riguarda l’impugnativa della Regione all’ultima Legge di Bilancio dello Stato. La partita si consumerà ai rigori, cioè di fronte ai giudici della Corte Costituzionale. E’ l’ennesimo round di una guerra fredda, di una tensione palpabile, di rapporti sempre meno scanzonati, che non lasciano intravedere niente di buono. Musumeci e Armao contestano quattro norme, “penalizzanti” per l’Isola. Per carità, avranno tutte le ragioni del mondo. Ma non è come sollevare una coppa. Non con Roma che, fino a un paio di settimane fa, ha impugnato una legge relativa al “riordino dell’assistenza nelle aree pediatriche” approvata all’Ars lo scorso novembre. Secondo il Consiglio dei Ministri, due dei quattro articoli risultano incostituzionali. E’ la dinamica delle cose. Sta nella normale dialettica fra istituzioni.

Spesso è il Consiglio dei Ministri ad avere il coltello dalla parte del manico. Un mesetto fa decise di impugnare la legge sul mini-taglio dei vitalizi (fra il 9 e il 19%, proposta da Pd e Forza Italia), faticosamente partorita all’Assemblea regionale: il governo, forse, deciderà di difenderla di fronte alla Consulta. Oppure sarà costretto a stravolgerla, per andare incontro alle richieste del Movimento 5 Stelle, che a Roma divide et impera. La lunga partita a scacchi, che si è sviluppata nel corso degli anni, ma oggi richiede una particolare attenzione, ha portato alla decisione di ieri. Le contestazioni mosse da Musumeci – ma suggerite da Armao – alla Legge di Bilancio approvata dai due rami del Parlamento, riguardano due aspetti: da un  lato le critiche feroci a plastic e sugar tax “che impongono la delocalizzazione di importanti imprese siciliane e la riduzione, solo parziale, del prelievo forzoso sulle ex Province” (applausi dalla catanese Sibeg che si era detta pronta a delocalizzare la produzione); dall’altro, un paio di questioni di “illegittimità costituzionale” legate alle politiche di coesione e all’amministrazione delle Zes (le zone economiche speciali).

Frizioni che si ripetono e si ripercuotono su un rapporto che faticosamente, da un paio di mesi, governo Conte e governo Musumeci stanno provando a ricucire. Con tanti mediatori intorno. Al Ministero per l’Economia è aperto un lungo negoziato per dar vita a quello che Armao ha definito un accordo di finanza pubblica: prevede che Roma riconosca il nostro Statuto e provveda a liberare risorse aggiuntive (il “mal tolto” storico) da iscrivere nel prossimo Bilancio regionale. E’ una corsa contro il tempo, col rischio di andare a sbattere. Durante la stesura della manovra, infatti, ci si è accorti che i soldi nelle casse di palazzo d’Orleans non bastano nemmeno a coprire le spese minime. Mancano all’appello 300 milioni. Per questo bisogna accelerare sul negoziato: “Se abbiamo funzioni in carico che le altre Regioni non hanno – ha spiegato Armao a “Repubblica” – abbiamo bisogno di trasferimenti per poterle mantenere”. La pretesa di veder riconosciute le attuazioni statutarie, si ripresenta in modo netto, senza fronzoli, portafogli alla mano.

Il destino della prossima Finanziaria, però, è già scritto: zero spesa. Il tavolo col Mef, utile a garantire una boccata d’ossigeno, e magari a reperire 300 milioni per non dover applicare altri tagli a personale e fasce deboli, tiene incollato il vice-governatore nella Capitale, sempre più lontano da quella Palermo che sente il fiato sul collo del default. Per carità, non siamo ancora a tanto. Ma pensate solo per un attimo se la Sicilia non dovesse ottemperare alla richiesta di Roma di presentare un pacchetto di riforme entro marzo: ne andrebbe della sua sopravvivenza.

Riforme imprescindibili, pattuite a Palazzo Chigi a cavallo di Natale. Rientrano in quel patto che Conte e i suoi ministri (in primis Boccia e Provenzano) hanno sottoscritto col governo Musumeci e che prevede la spalmatura del maxi disavanzo da 2,1 miliardi in dieci anni anziché in tre. Un provvedimento che consentirà alla Sicilia – non appena partirà il lavoro nelle commissioni e la Legge di Stabilità verrà approvata all’Ars – di liberare risorse (mai abbastanza) che altrimenti sarebbero rimaste congelate per saldare un vecchio “debito” che nessuno negli ultimi trent’anni ha deciso di onorare. Sono tasselli che s’incastrano, quasi inestricabili, ma che restituiscono una perfetta cartina da tornasole: la Sicilia ha molto a pretendere, ma non può concedersi passi falsi. Armao lo sa bene, ma finge di non saperlo. Preferisce il corpo a corpo, alza la posta in palio, neutralizzando “le cure da cavallo” imposte da Roma. Che poi riguarderebbero: controllo e razionalizzazione della spesa, abbattimento degli sprechi, trasparenza nei bilanci. Insomma, nessun volo pindarico ma solo ordinaria amministrazione.

Laddove la Regione ha peccato, ora deve riparare. C’è una lunga sfilza di errori segnalati dalla Corte dei Conti a cui Musumeci & friends non hanno dato spiegazioni plausibili (se non il ritornello che “è colpa del passato”); né opposto resistenza, se non un mero rifiuto ideologico (lo scontro totale con la magistratura contabile sta lì a dimostrarlo). Galleggiare non è più consentito. Anche se la questione, che ormai si trascina in modo infruttuoso dal governo gialloverde in poi (c’era l’amata Lega, ma non è bastato), è una soluzione più utile ad Armao che non alla Sicilia. Un modo per piritolleggiarsi lontano da Palermo, tra i corridoi della politica e quelli dell’alta finanza, a cui è sempre stato avvezzo. Per dare sfoggio delle proprie competenze legali e di uomo d’affari, affascinato e ricambiato dal potere. Dall’esserci piuttosto che dal fare. Perché – è storia recente – da questi confronti romani non è che sia venuto fuori granché. Con l’ex ministro Tria è stato un flop. L’unica concessione, il 23 dicembre, è stata Roma ad accordarla: scegliendo la strada del decreto legislativo (e non di una norma collegata al Milleproroghe, come richiesto da Armao e dal sottosegretario grillino Villarosa) per salvare il deretano alla Sicilia e rimediare alla figuraccia del giudizio di parifica.

Ma il giudizio più impietoso è quello della storia, da sempre severissima nei confronti della Sicilia. Terra degli sprechi se ce n’è una. Terra che non riconosce il merito, né le competenze. Dove un avvocato amministrativista, con tanti affari in ballo, torna due volte a fare l’assessore all’Economia, nonostante avesse contribuito a non risolvere i problemi (i bug del sistema portano anche la sua firma). Dove un governatore si arrovella nella promozione degli eventi più disparati – dalle fiere di Ambelia ai borghi rurali del ventennio fascista – ma arriva spompo alle riforme, messe a repentaglio dai conti dissestati e dalle spaccature nella maggioranza. Dove si avanzano crediti – l’approvazione di un disegno di legge sull’insularità è l’ultimo tentativo – ma si dimostra scarso impegno. E Roma non se la bevono più. La Capitale è rimasto il palcoscenico di un’inutile finzione che qualcuno dovrà interrompere.

Paolo Mandarà :Giovane siciliano di ampie speranze

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