L’anno di Agrigento Capitale italiana della cultura si è chiuso con la cerimonia del passaggio del testimone alla città de L’Aquila i cui amministratori possono già avere una chiara indicazione sul da farsi: il contrario di ciò che è avvenuto nella città dei templi.
Il suo sindaco, nella indifferenza dei cittadini, dell’opinione pubblica siciliana e nazionale, nell’assenza quasi certa delle autorità regionali e di Schifani in particolare, che tentano di sfuggire alla corresponsabilità del fallimento, dichiarerà conclusa una vicenda già di fatto per fortuna finita da tempo e da mesi ormai ignorata dalla stampa e dai mezzi di informazione che, fino a quando vi hanno tenuto puntati i fari, hanno dato risalto principalmente ad errori, ritardi e banalità.
Tutto è cominciato, come si ricorderà, nel modo più improprio, con la “sciarra” per mettere le mani sulle iniziative delle quali si sconoscevano valore e natura – o per essere ancora più precisi, valore e natura non interessavano granché.
A modesti gruppi di potere locale la scelta del ministero della Cultura parve l’occasione per disporre di risorse impreviste, utili a rafforzare la loro presa su una comunità particolarmente sensibile al fascino della politica ridotta quasi esclusivamente a pratiche clientelari.
Poi c’è stato da più parti un bel concorso nel confezionare il fallimento di Capitale della cultura malgrado un programma valido e consistente.
Il primo apporto all’insuccesso è venuto proprio da coloro che quel programma avevano elaborato e ai quali era stato conferito l’incarico di realizzarlo.
In seguito ha contribuito in modo determinante la inconsistenza della Fondazione che avrebbe dovuto realizzare gli eventi e che, come nelle migliori tradizioni della nostra terra, è stata infarcita da sodali, compagnucci di partito e persone anche rispettabili, prive comunque di qualsiasi attitudine all’arte e alla cultura.
Chi governa Agrigento e purtroppo la stessa comunità locale finirono già dagli esordi, dall’inizio del 2025, oggetto di burla sui maggiori quotidiani nazionali e sugli altri media: la pioggia nel Teatro Pirandello quando vi si doveva recare il presidente della Repubblica per l’inaugurazione, il bitume a coprire i tombini, la segnaletica stradale con evidenti refusi, la svastica in un video mapping promozionale e quant’altro a prova di una imperizia, di una improvvisazione ben al di là della peggiore aspettativa.
Quando la Regione non poté più ignorare il proprio coinvolgimento nel fallimento agrigentino, strappò il giocattolo alla disponibilità degli amministratori locali e della Fondazione, commissariandola di fatto con una persona scelta da Schifani, una ex prefetta sicuramente ottima funzionaria dello Stato, priva comunque di ogni esperienza su ciò di cui avrebbe dovuto occuparsi e fermamente decisa ad impedire ogni contributo della città, della provincia, di possibili sponsor privati all’attività della Fondazione stessa.
Al momento della decisione di Schifani, la Regione aveva già destinato somme considerevoli alle iniziative che avrebbero dovuto aver luogo nel 2024, “l’anno preparatorio”, e che di fatto furono assegnate con criteri opinabili e clientelari a partire dall’autunno dello stesso anno.
E poi tutto il resto, che racconta di un’occasione perduta e, ancor più che perduta, utilizzata per deturpare l’immagine della città confermando il giudizio negativo, a volte anche aprioristicamente malevolo, sulla stessa e in generale sui gruppi dirigenti meridionali incapaci di assolvere a ruoli di qualche rilievo.
Chi dovesse fare oggi un bilancio di Capitale della cultura – per ciò che riguarda la gestione delle risorse ci sta pensando la Corte dei conti -, troverebbe molto poco da collocare nella colonnina dell’attivo e molto di più in quella opposta.
Se ne è scritto già tanto e non serve tornare ad evidenziare errori e inadeguatezza. Probabilmente basta aggiungere che nell’anno appena trascorso il numero dei visitatori di Agrigento si è ridotto e, per quanto si ricordi, non si riesce ad individuare una sola persona che dall’Italia o da altre parti del mondo abbia deciso di recarvisi per vedere una mostra o per assistere a uno spettacolo.
Con molta difficoltà si trova poi una iniziativa che rimanga nel tempo, che abbia continuità, che dia alla città l’opportunità di nuove, stabili offerte culturali, che crei un nuovo richiamo oltre a quello, peraltro già ampiamente elevato, del suo patrimonio millenario.
Si chiude questa vicenda nel silenzio e nell’indifferenza.
Si chiude e se ne apre un’altra, quella di Gibellina Capitale dell’arte contemporanea.
Nessuna previsione su ciò che deve ancora iniziare. Che tuttavia esordisce con una premessa che qualche preoccupazione può suscitare. A guidare gli eventi di Gibellina sono gli stessi che arrivano nella valle del Belìce con la gerla colma di insuccessi.
Non è detto che si debba sbagliare per due volte consecutive.
C’è solo da augurarsi che chi ha percorso una strada non sia inesorabilmente indotto a imboccarla ancora una volta.


