Osservando con scrupolo e attenzione il tavolo del campo progressista, che un paio di sere fa si è riunito al Centro Pio La Torre di Palermo per parlare del nulla, viene da pensare che in confronto quello del centrodestra è il G7. E Decio Terrana, segretario regionale dell’Udc, il presidente degli Stati Uniti (magari più moderato dell’attuale).

Quello del centrosinistra era certamente un tavolo depotenziato dall’assenza strategica di Ismaele La Vardera, impegnato nel frattempo a ufficializzare lo scippo di due deputati regionali al Movimento 5 Stelle. Ma è davvero un affresco troppo sterile rispetto alle pretese di una coalizione che, secondo i commensali, dovrebbe “offrire ai siciliani e alle siciliane un progetto credibile per mandare a casa il centrodestra con i suoi scandali e incapacità”.

Per ordine di notorietà si parte dal segretario del Pd, sfiduciato da un pezzo del suo partito, Anthony Barbagallo. Che non può nemmeno essere considerato una sorta di federatore, giacché il “suo” Cracolici ha dato la propria disponibilità a correre per la presidenza (senza alcun benestare dall’alto) e una fetta del gruppo parlamentare (e di conseguenza dei circoli) gli rema contro. Eppure Barbagallo c’era, ha rilasciato interviste, ha aperto le porte a un ulteriore ingresso (quello dei civici di Emiliano Abramo), ma non ha ancora fatto i conti con i nemici interni che faranno di tutto per ostacolarlo. E lui lo sa. Preparare la squadra al prossimo appuntamento elettorale con lo spogliatoio in frantumi non è un bel viatico.

A poche seggiole da lui è comparso Antonio Ferrante, ex presidente del Pd ai tempi di Barbagallo (ops) e fuoriuscito dal partito. Ha anche scritto un libro per raccontare le pratiche politiche malsane che hanno ridotto il Pd siciliano così com’è oggi. L’altro ieri Ferrante, però, rappresentava un non meglio identificato Progetto Civico Italia, riconducibile all’assessore di Roma Capitale Alessandro Onorato, con cui inizialmente si era schierato La Vardera. La confusione. Ma chi li porta, i voti? L’altro esponente del civismo risponde al nome di Carmelo Miceli, ex deputato, già Partito Democratico, oggi iscritto al Misto nel Consiglio comunale di Palermo.

Ma torniamo al fianco di Barbagallo, dove trova posto l’inossidabile Nuccio Di Paola. Già candidato nel 2022 alla presidenza della Regione, e di nuovo candidato (questa volta con vista sul 2027) dal Movimento 5 Stelle. Era il miglior alleato di La Vardera, finché l’ex Iena gli ha soffiato – proprio nelle ore del vertice – due deputati regionali: Gilistro e Marano. I Cinque Stelle hanno incassato il colpo quasi senza fiatare. Non sono più la macchina da guerra grillina, quando c’era un leader certificato (Giancarlo Cancelleri, piacesse o meno) e un esercito pronto a seguirlo. Oggi c’è Di Paola, che è un’altra cosa. Vicepresidente dell’Ars, supplente di Gaetano Galvagno, membro del Consiglio di presidenza che non ha alzato un dito di fronte all’assalto dell’ex zarina Sabrina De Capitani al fortino della Federico II.

Alla sinistra di Di Paola – che l’altro giorno ha scacciato l’ipotesi delle primarie dopo aver violato il patto con il Pd, nel 2022, quando si era imposta Caterina Chinnici – si muove col passo felpato una vecchia conoscenza della politica palermitana: Fabio Giambrone, fido scudiero di Leoluca Orlando, rappresentante di Avs, partito con cui Leoluca è stato eletto al Parlamento europeo. Giambrone, due volte senatore e poi vicesindaco di Palermo, oggi siede fra i banchi del Consiglio comunale, dopo essere transitato all’opposizione per rigenerarsi. Sta provando a ricostruirsi un’identità, ma chi andrà fuori da Palermo per la campagna elettorale? Forse il compagno di partito Pierpaolo Montalto, avvocato e già candidato sindaco di Scordia, oltre che mancato deputato?

La ciliegina sulla torta di quel tavolo era rappresentata dai due delegati dell’assente La Vardera: cioè Miguel Donegani e Gandolfo Lo Verde, del movimento Controcorrente. Tenuti a spiegare ai compagni di viaggio a cosa serve stare in coalizione se nel frattempo proseguono i “furti” dei deputati. Chissà le occhiate in cagnesco di Di Paola (sempre che sia riuscito a riconoscerli). Donegani era passato dalle parti di Mondello nel giorno della protesta del deputato-giornalista per la sentenza del Cga, che aveva sospeso il provvedimento di revoca alla Italo-Belga. Già vicesindaco di Gela e parlamentare regionale, ovviamente del Pd, dal 2008 al 2012. Fondatore nientepopodimeno che dei Progressisti e Rinnovatori.

Per non essere impietosi, evitiamo di addentrarci nei curricula e nelle esperienze degli altri rappresentanti del campo progressista. O finiremmo per consegnare alla storia i Terrana e i Germanà che appassionatamente si sono prestati alla farsa del centrodestra. Nel centrosinistra, invece, il clima è questo: non sanno da che parte cominciare. Non sanno se scegliere le primarie, se aprire a Cateno De Luca, se assecondare le stizze di La Vardera, se coinvolgere i ribelli del Partito Democratico, se fare il tour delle città o concentrarsi sulle periferie. Non sanno – soprattutto – dove recuperare i voti per contrastare le clientele del centrodestra. La strada per Orleans è tutta in salita.