L’altra sera, al Loggiato San Bartolomeo, mentre presentavamo il ventiquattresimo numero di Be Sicily insieme alla Fondazione Sant’Elia, ho avuto per un momento la sensazione fisica del tempo trascorso. Non poteva esserci luogo più simbolico: uno spazio che appartiene alla storia di Palermo, affacciato sul mare, restituito alla città come luogo di cultura, incontro e contemporaneità.
Ma soprattutto ho guardato le persone che erano lì e ho pensato che un giornale, alla fine, è esattamente questo: le persone che lo immaginano, che lo creano, che lo scrivono. Be Sicily è il risultato di una grande squadra, costruita negli anni e cresciuta insieme, con una caratteristica sulla quale non abbiamo mai voluto derogare: lo spessore umano. Può sembrare un’espressione fuori moda in un mestiere che misura tutto in numeri ma per noi non lo è. Il talento e la professionalità contano, ma lavorare bene con gli altri, rispettarne il lavoro e avere capacità di ascolto conta altrettanto.
E poi c’è Stefania Baio. Qualcuno, parlando del percorso che ha costruito, lo ha definito fenomenale. Lo è. Ma conosco Stefania abbastanza da sapere che dietro quel risultato non c’è niente di miracoloso. C’è una quantità impressionante di lavoro. Da quando la conosco non l’ho mai vista stare ferma, né con il corpo né con la mente. Finisce una cosa e ne sta già immaginando un’altra. Ma c’è un tratto che, negli anni, ho imparato ad apprezzare forse più degli altri: Stefania non si è mai montata la testa. E non è un dettaglio. Soprattutto in una terra nella quale qualche volta basta essere riconosciuti al tavolo di un bar per sentirsi pronti alla biografia autorizzata. Lei no. Ha continuato a lavorare, con quella ricerca quasi estenuante della perfezione che appartiene alle persone per le quali ciò che è stato fatto bene ieri, oggi può essere fatto meglio.
Se Be Sicily è diventato quello che è, dietro ci sono undici anni di lavoro. Forse è anche per questo che l’incontro dell’altra sera con la Fondazione Sant’Elia non mi è sembrato soltanto la felice coincidenza di due appuntamenti. Patrizia Monterosso appartiene a quella categoria di persone che considera la cultura non un ornamento, ma una responsabilità. E Palermo ha bisogno di persone così. Persone che continuino ostinatamente a ricordarle che essere geograficamente lontani dai grandi centri non significa essere culturalmente periferici. Far brillare la stella culturale su Palermo significa lavorare con passione proprio in questa direzione.
In fondo, forse, quella sera al Loggiato si sono incontrate due storie molto diverse che condividono una stessa idea: che questa terra abbia ancora moltissimo da raccontare, ma che debba imparare a farlo senza complessi e senza compiacimenti. Ed è qui che mi ricollego al concetto di partenza, la sincerità. Continuare a crescere senza convincersi di essere arrivati.


