La vicenda Armao è servita a sgretolare il “cerchio magico” del presidente, che nel volgere di poche ore ha perso anche il sostegno del suo partito, Forza Italia. D’altra parte, Schifani non ha mai dimostrato di avere il pieno controllo del governo: la crisi con la Dc di Cuffaro, seguita all’autoesclusione del leader, ne è la dimostrazione più lampante. Così come la permanenza in giunta di Elvira Amata, imposta dai vertici romani di Fratelli d’Italia. Nel mazzo del governatore non sono rimaste molte carte: potrebbe rimanere in sella ancora qualche mese, fare moina, e consentire agli alleati di organizzarsi e, magari, di far coincidere il voto delle Regionali con quello delle Politiche. Ma ormai è pacifico che non otterrà mai l’investitura per il secondo mandato.
Tuttavia, gli rimane a fianco la solita claque. Quella che scientemente ha deciso di sorvolare la ‘questione morale’, la crisi politica e l’imbarazzo generale, perché ha ancora qualche scopo da raggiungere. E per questo lo applaude. A capo c’è il suo riferimento politico numero uno: no, non è Tajani. Il segretario di Forza Italia, nelle ultime giornate complicate, non gli ha mai offerto una parola di conforto ed è chiaro che i siluri di Minardo avevano una solida copertura romana. A rimanere vicino a Schifani, invece, è il solito La Russa. Quello che nell’estate del 2022, dopo il no della coalizione a Musumeci, scelse il suo nome da una rosa di nomi compilata da Berlusconi.
Pur dichiarandosi estraneo alle vicende di un altro partito, il presidente del Senato ha fatto filtrare il suo stato d’animo rispetto alla bufera che ha investito il governatore siciliano: “Quel che è certo – sono le parole di qualcuno del suo staff raccolte dall’Ansa – è che ha sempre apprezzato il lavoro del presidente della Regione”. Un assist perfetto per gli altri amici della coalizione. A partire dagli Autonomisti. «Apprezziamo e condividiamo le considerazioni sulla Sicilia del presidente del Senato Ignazio La Russa, ispirate a senso di responsabilità e a coerenza». Parola di Roberto Di Mauro. L’ex assessore all’Energia cui Schifani ha tentato in ogni modo di sfilare il dossier sui termovalorizzatori. Lo stesso assessore resosi protagonista, secondo Schifani, di uno “show di m…” nel corso di una riunione di maggioranza. “Io questi qui li tengo ancora per poco”, si sfogava il governatore durante una visita al dissalatore di Agrigento (era luglio 2025).
“Mi accorgo che l’elezione diretta del presidente talvolta può portare all’illusione del potere assoluto”, fu la replica durissima di Raffaele Lombardo al siparietto catturato da telecamere e cronisti. Poi Di Mauro si è anche dimesso, prima di essere coinvolto in una storiaccia di mazzette e appalti pilotati nell’Agrigentino. La Procura gli contesta di aver promosso un’associazione per delinquere che avrebbe condizionato l’assegnazione di lavori pubblici, a cominciare dal rifacimento della rete idrica di Agrigento, un affare da oltre 37 milioni di euro.
Un altro fermo sostenitore di Schifani, dello Schifani-bis e di un regolare proseguimento della legislatura è Carmelo Pace, sindaco di Ribera e neo segretario nazionale della Democrazia Cristiana. Il partito trattato a pesci in faccia dal governatore dopo l’inchiesta per corruzione che coinvolse Totò Cuffaro: due assessori vennero fatti fuori nottetempo, uno dei due (Nuccia Albano) venne reintegrato a distanza di cinque mesi. “Il lavoro del Presidente Schifani e i risultati del suo Governo in questi anni, soprattutto in tema di crescita economica e competitività della Sicilia, sono sotto gli occhi di tutti e sono documentati da organismi economici nazionali e internazionali”, ha detto Pace.
Della claque fanno parte anche i leghisti. Luca Sammartino è stato fra i “pontieri” più attivi nella notte dei lunghi coltelli, con il comitato di guerra riunito a Palazzo d’Orleans. Anche Claudio Durigon si è fatto sentire da Roma: “Stiamo lavorando molto bene con il presidente Schifani. Si è aperta una questione interna a Forza Italia e ci auguriamo che la risolvano per potere continuare il lavoro che stiamo svolgendo”. Ma prestate attenzione a un dettaglio: sulla zattera di Schifani non ci sono soltanto gli alleati (pochi) in grado di esprimersi pubblicamente, ma anche una serie di addetti ai lavori che, con la fine anticipata della legislatura, rischierebbero di dire addio alla pacchia. A cominciare dai trombettieri dell’informazione, pagnottisti, consulenti, esperti a vario titolo (almeno quelli non finiti nelle inchieste dei magistrati).
E persino alcuni deputati di opposizione, che in queste ore si dicono perplessi per le tempistiche della crisi. Parlamentari da undicimila euro al mese che si trincerano dietro le variazioni di bilancio o il rischio dell’esercizio provvisorio, per non ammettere le proprie “debolezze”. Economiche. Per i parlamentari al primo mandato, il diritto al trattamento pensionistico scatta dopo 4 anni, 6 mesi e un giorno di legislatura. Significa tirare a campare fino a maggio. Altro che elezioni nella prima finestra utile… Il centrosinistra, come il centrodestra, non avrebbe inoltre una proposta seria e credibile da presentare agli elettori, e a Roma vorrebbero far coincidere le date: ecco perché continuare a galleggiare, pur col mare in tempesta, non è affatto una cattiva idea.
L’ultima invenzione venuta fuori dalla giunta di ieri mattina, poi, dovrebbe servire a rinsaldare l’asse pro-Schifani. Si tratta di una proposta di legge “sulla trasparenza dei rapporti tra interessi privati e amministrazione”, che prevede l’istituzione presso la Segreteria generale della Presidenza di un Registro pubblico dei rappresentanti di interessi, con l’indicazione dei soggetti per cui operano, degli interessi rappresentati e della natura degli incarichi. “Un’Agenda pubblica indicherà partecipanti, finalità e procedimenti interessati dagli incontri, da registrare entro cinque giorni, con altri cinque giorni per le verifiche delle strutture regionali”, si legge nella nota di palazzo d’Orleans.
Dopo aver ignorato per quattro anni la questione morale, rifiutato ogni dibattito e derubricato gli scandali a vicende estranee all’azione di governo – come nel caso di Armao –, ieri Schifani ha parlato del “risanamento morale delle istituzioni” che “è una responsabilità che la politica deve assumersi fino in fondo. I recenti fatti di cronaca giudiziaria rendono ancora più urgente rafforzare la prevenzione. Chi decide per conto dei cittadini deve rispondere delle proprie scelte e rendere conoscibili i rapporti con chi rappresenta interessi privati”. Sembra la ricerca della verginità perduta. D’altronde anche l’avvocato Armao, all’Università, teneva un corso sull’anticorruzione.


