Una fabbrica di scandali e ruberie

Negli armadi della formazione professionale siciliana esistono tanti di quegli scheletri da far impallidire anche l’ottimista più inguaribile. Il sistema promosso negli anni dalla regione Sicilia che, parole del neo assessore al ramo Roberto Lagalla, “andrà riformato”, è stato una mangiatoia in cui imprenditori, politici e affaristi di ogni genere hanno sguazzato. Trasformandolo spesso in un bancomat e utilizzando i finanziamenti destinati agli enti formatori per scopi personali. Tra le numerose inchieste che ne hanno accompagnato la gestazione, almeno in questi ultimi anni, la più marchiana riguarda Francantonio Genovese, il cui figlio Luigino siede, attualmente, all’Assemblea Regionale.

Francantonio, già parlamentare, sindaco di Messina e primo segretario regionale del Partito Democratico – poi transitato in Forza Italia – a inizio 2017 è stato condannato a undici anni in seguito al processo sui “Corsi d’oro”, in cui i giudici, nelle motivazioni, parlano di “sistematica quanto capillare depredazione di risorse pubbliche”. Si legge inoltre che “l’ente di formazione è, per un verso, un imponente bacino cui attingere consenso elettorale (ciò vale all’evidenza per l’imputato Genovese) e, per altro verso, solo lo strumento per appropriarsi di denaro pubblico”.

Nell’ambito della stessa inchiesta, è stato condannato a due anni e mezzo l’ex parlamentare regionale – stesso percorso partitico di Genovese – Franco Rinaldi. L’inchiesta riguardante Genovese e Rinaldi parte quando la magistratura punta i riflettori sull’Ancol (uno degli enti di formazione accreditati) e sulla natura dei finanziamenti di oltre 13 milioni di euro ottenuti dalla Regione fra il 2006 e il 2011. Già nel 2014 la Procura di Messina chiese l’arresto di Genovese, ai tempi deputato della Repubblica, che se la cavò coi domiciliari dopo essersi costituito.

Ogni inchiesta, o scandalo che sia, si ripercuote sulla pelle degli allievi, i quali dalla Formazione non hanno mia cavato un ragno dal buco. Solo in 14 dei 1500 che avrebbero dovuto trovare un lavoro grazie al Ciapi, ad esempio, ottennero un contratto di apprendistato. E qui si entra in un altro, clamoroso filone d’inchiesta – il Ciapi/1 – relativo alla formazione professionale siciliana. Quello riguardante il manager Fausto Giacchetto, condannato a 8 anni. Assieme a lui altre tre persone: la segretaria, un ex dirigente dell’agenzia regionale per l’impiego e l’ex parlamentare regionale Francesco Riggio (5 anni e 8 mesi). Tutti con l’accusa di corruzione, evasione fiscale ed emissione di fatture false.

Riggio, ex presidente dell’ente di formazione Ciapi, poi eletto parlamentare regionale con il Pd, fu destinatario di un curioso incarico: venne, infatti, nominato membro della commissione d’inchiesta parlamentare sul Ciapi, proprio mentre vestiva i panni dell’imputato nello stesso scandalo. L’ente, che aveva a disposizione 15 milioni di euro, anziché spenderli in campagne di comunicazione per trovare lavoro ai giovani (come previsto) acquistò beni e servizi da un paio di società riconducibili a Giachetto. E per lungo tempo nessuno se ne accorse.

L’ultimo clamoroso bug del sistema – ma qui il processo è tuttora in corso – è quello che riguarda Paolo Genco, il manager amico dei politici definito “l’ultimo re della formazione professionale”. Le manette scattarono a gennaio 2017 dopo il crac dell’Anfe, un colosso della formazione con sedi in tutto il mondo, di cui Genco era plenipotenziario. Le indagini della Guardia di finanza dicono che negli ultimi anni Genco avrebbe sottratto un milione e 800 mila euro destinati alla formazione, utilizzandoli per investimenti, per un’auto di grossa cilindrata, gioielli e orologi di lusso, polizze assicurative, dossier titoli e forzieri all’estero. Ottanta dipendenti dell’Anfe si sono costituiti parte civile contro di lui. Il processo è in corso a Trapani.

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