Ricordate il grido disperato del cardinale Pappalardo nei giorni delle stragi di mafia? “Dum Romae consulitur Saguntum expugnatur”. La scena si ripete. Mentre i picciotti terrorizzano Palermo, scorazzando con i kalashnicov e le taniche di benzina, santi e santoni dell’antimafia si scontrano a palazzo San Macuto sui mandanti esterni – se mai ci furono – dell’inferno scatenato, nell’estate del 1992, dai boss di Cosa Nostra prima con l’attentato a Giovanni Falcone e poi con il massacro di Paolo Borsellino. Non si vedono cortei né lenzuola alle finestre; non si mobilitano le agende rosse e non c’è traccia della cosiddetta società civile. Non si sente nemmeno la voce dei familiari delle vittime che hanno conquistato un seggio a Strasburgo, alla Camera, o al Senato: tutti distratti e tutti a caccia del migliore posizionamento in vista delle prossime tornate elettorali.