Ci sono storie che diventano tradizione. E poi ci sono tradizioni che diventano rendita.
A Mondello, dopo 116 anni, possiamo serenamente dire che l’esperienza della Italo-Belga può considerarsi conclusa senza drammi collettivi. Nessun lutto cittadino, nessuna sirena spiegata sul golfo. Solo una semplice, banale parola che in Italia sembra rivoluzionaria: cambiamento.
Parliamo di un bene demaniale pubblico, non del salotto di casa. Eppure per oltre un secolo la gestione è rimasta sempre la stessa, tra proroghe, rinnovi e canoni che definire “modesti” è un esercizio di diplomazia. Così sono bravi tutti a fare impresa: rendita assicurata, concorrenza azzerata, rischio inesistente. Il capitalismo senza mercato, l’iniziativa privata senza competizione.
E sia chiaro: la vicenda giudiziaria farà il suo corso. Ma qui il punto è politico prima ancora che penale. È il principio che non regge. In un Paese normale le concessioni si mettono a gara. Si fissano criteri chiari. Si pretendono investimenti, qualità, prezzi accessibili. Si cambia, se necessario. Non si eredita la spiaggia come fosse un titolo nobiliare.
Mondello non è un cortile privato. È una delle spiagge più belle del Mediterraneo. È dei palermitani. È dei siciliani. È di chi paga le tasse e poi si trova a pagare anche prezzi spesso fuori scala per godere di un bene che dovrebbe essere prima di tutto accessibile.
Il mare è pubblico. Le concessioni sono temporanee. La concorrenza è un principio, non un fastidio.
Dopo 116 anni non è una rivoluzione. È solo il momento di fare quello che altrove sarebbe la normalità: bandi pubblici, trasparenza, regole uguali per tutti.
Nuova stagione, finalmente. Più qualità, più equità, meno rendite. Mondello merita futuro, non proroghe eterne.


