Premi, soglie, ballottaggi e tecnicismi per ogni palato affollano il dibattito sulla proposta di riforma elettorale partorita dall’officina del centro-destra, ma c’è una norma che sta scivolando nell’area “varie ed eventuali” ed è invece la più paradossale di tutte: dalle prossime elezioni, i 400 deputati e i 200 senatori non sarebbero più scelti, né con i collegi né con le preferenze, ma eletti direttamente su listini pre-compilati dai capi-partito. Tutti i capi-partito: Giorgia Meloni, Matteo Salvini, Antonio Tajani, ma anche Elly Schlein, Giuseppe Conte, Matteo Renzi, Nicola Fratoianni, Angelo Bonelli.
Un dispositivo che consentirebbe ai leader di selezionare, uno per uno, tutti i parlamentari, spossessando i cittadini-elettori della scelta, escludendoli integralmente. Dunque, l’intera rappresentanza parlamentare sarebbe scelta da sei, sette persone. Pieni poteri – e non per modo di dire – per i segretari dei partiti. Una legge intimamente partitocratica, verticistica oltre ogni ragionevolezza.
Ma curiosamente nelle consuete, vibranti proteste dei capi delle opposizioni la questione delle liste bloccate è quasi assente. Per una ragione inconfessabile: la legge metterebbe tutti i leader su un trono, collocando i parlamentari in uno stato di sudditanza assoluta rispetto ai propri capi, unici padroni del loro destino. Una legge destinata ad esaltare l’allineamento conformistico in ogni diramazione dell’attività politica: parlamentare e di partito. In un contesto di questo tipo, chi dissente finirebbe per prenotare il proprio accantonamento. Continua su Huffington Post


