Nelle “cene romane” del mercoledì o del giovedì – mai di sabato, di sabato escono solo i cafoni – il talk of the town è il grande distacco. Il lungo addio. Goodbye Giorgia! Anzi: ma chi te conosce! Nei vasti appartamenti tra Prati e Aventino, sede naturale del potere informale italiano, seduti a tavola tra plotoni di giornalisti, imprenditori, ex sottosegretari, demimonde di Palazzo Chigi, imprecisati “uomini di Fazzolari” (ci sono sempre), ex cda Rai, cinematografari, qualche spin doctor in libera uscita da Milano, con una o più “Claudie Conte” al seguito, la grande giostra del riposizionamento gira a pieno ritmo già da un po’. Il flirt con il melonismo era sbiadito coi primi exit poll del referendum, ma la velocità con cui tutti hanno dimenticato è commovente. “Io ad Atreju? Guarda che ti sbagli…”; “No no, non ho scritto un libro con Sangiuliano, era una prefazione, me l’ha chiesta la casa editrice”; “e poi basta con questa romanità”, detto a Roma o anche “Mamdani mi sta piacendo molto… bella la pied-à-terre tax!”, detto da chi non vede l’ora di farsi tassare la seconda o terza o quarta casa a Sabaudia o all’Argentario. Nell’ultima cena in cui sono finito – niente nomi, ci mancherebbe – non si diceva più “ho votato Sì al referendum” ma “l’ho sempre detto che il referendum non andava fatto!”. Fulminea anche la riabilitazione di Schlein, zimbello prediletto delle vecchie serate… “hai visto che senso delle istituzioni! La difesa di Meloni… una cosa bellissima, matura. E poi, vogliamo dirlo, ma com’è migliorata?”

Nelle “cene romane” tutti sanno già tutto prima ancora di mettersi a tavola, come se insieme all’invito fosse girata una scaletta, una sceneggiatura, anche con i dialoghi: perciò mi spiegano che alle prossime elezioni vince Schlein, di poco, sospinta dal voto giovane, come col referendum, alla faccia dell’inverno demografico; poi Conte presidente del Senato con un minaccioso tunnel per il Quirinale che starebbe già costruendo Renzi – e non da ieri! – vero vincitore occulto delle elezioni, come al solito (l’ombra di Renzi è la nuova “ombra di D’Alema”). Continua su Huffington Post