Nel corso della sua relazione annuale sull’attività di governo, Schifani ha ridotto la questione morale a una lezione sul garantismo, alla presunzione d’innocenza e alla responsabilità penale personale. Senza spiegare quale regola abbia seguito il suo governo davanti a pressioni, favoritismi e opacità. Quella regola, durante la sua ora di discorso a Sala d’Ercole, non si è vista. Si è visto un garantismo a geometria variabile: forcaiolo con la Dc di Cuffaro, indulgente con Fratelli d’Italia, distratto quando gli scandali toccano Forza Italia e Palazzo d’Orléans.

Schifani ha rivendicato come prova di rigore la revoca di Nuccia Albano e Andrea Messina, i due assessori della Dc cacciati nel novembre scorso dopo l’esplosione dell’inchiesta su Cuffaro. Non erano loro gli indagati: pagarono l’appartenenza a un partito che appariva investito da un “coinvolgimento sistemico”. Sei mesi dopo, ristretto il quadro accusatorio, Schifani ha riaperto la porta alla Democrazia Cristiana e rimesso Albano sulla stessa poltrona (quella del Lavoro e della Famiglia). “L’evoluzione delle indagini – ha spiegato all’Ars – ha circoscritto le contestazioni alla posizione di un singolo esponente e per un singolo episodio delittuoso” pertanto “ho ritenuto giusto reintegrare quel partito nella compagine di governo. Ritengo che la coerenza imponga non soltanto di assumere decisioni quando sono necessarie, ma anche di saperle riconsiderare quando mutano i presupposti che le avevano motivate.”

Con Elvira Amata, però, vale l’opposto. L’assessora di Fratelli d’Italia non è soltanto indagata: è stata rinviata a giudizio per corruzione e il processo comincerà il 7 settembre. Eppure resta in giunta. Schifani non l’ha neppure nominata: l’ha nascosta dietro la formula “un altro assessore”, invocando l’articolo 27, “secondo cui l’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva. È un principio che rappresenta uno dei pilastri dello Stato di diritto e che vale per ogni cittadino, senza eccezioni”. Touché.

Ma le omissioni più gravi riguardano le storie in cui Schifani non è stato uno spettatore. Nel caso Desirée Farinella fu il suo scatto d’ira a imporre la ricerca di un colpevole. Dopo la denuncia di una madre sull’Ospedale dei Bambini, il presidente attaccò la catena di comando e annunciò controlli prima ancora di conoscerne l’esito. Una commissione del Dasoe avrebbe poi escluso responsabilità individuali della direttrice sanitaria; nel frattempo Farinella era stata trasferita e demansionata.

In mezzo c’è il tentativo, sfociato adesso in un processo, di convincerla a farsi da parte. Gaspare Vitrano e l’allora direttore sanitario Gaetano Buccheri sono imputati per tentata violenza privata. Farinella registrò tutto. E Vitrano, parlando di Schifani, spiegò il meccanismo con una sincerità micidiale: “In certi casi prima si chiamano i Nas e si fanno dichiarazioni il giorno dopo, non il giorno prima… lui è stato un po’ precipitoso, doveva dire ‘accerto il risultato e poi valuterò l’operato dei miei’, ora però ha capito la minchiata da recuperare, cerca di non perderci la faccia”. Per non far perdere la faccia al presidente, qualcuno doveva offrirgli un capro espiatorio. E ora la parte civile ha chiesto che venga sentito come testimone.

Lo stesso silenzio copre il Cefpas. Schifani ha liquidato il caso Riccardo Gallo Afflitto – arrestato ai domiciliari e poi dimessosi dall’Ars – come vicenda personale di un deputato. Ma le carte descrivono altro: un potere politico che, secondo l’accusa, piegava un ente regionale a incarichi, assunzioni e favori. Raccontano anche l’origine dello scontro con Salvatore Iacolino. L’allora dirigente della Pianificazione strategica si oppose alla convenzione Cefpas-Asp di Agrigento che avrebbe consentito alla moglie di Gallo di avvicinarsi a casa. Da lì, annotano gli investigatori, Gallo avrebbe tentato di isolare Iacolino e di mettergli contro “quanti più personaggi di spicco possibile”, a cominciare dall’alleata di ferro Margherita La Rocca Ruvolo, fino al cardinale Reina.

Iacolino è oggi indagato in un’altra, pesantissima inchiesta, e nessuno può consegnargli patenti d’innocenza. Ma proprio per questo serviva chiarezza: distinguere fatti, indagini e responsabilità. Dire che la campagna politica contro Iacolino, secondo gli investigatori, ebbe anche un retrobottega legato al Cefpas. Ricordare che La Rocca Ruvolo lo portò davanti all’Antimafia e che, nelle stesse carte, viene ricostruita una sua interlocuzione con il direttore del Cefpas, Carmelo Sanfilippo, sull’incarico al fratello del cardinale. Schifani, però, non ha spiegato nulla. Ha reciso il filo che unisce la pressione politica alla gestione degli enti regionali, come se il Cefpas fosse esploso per autocombustione.

È lo stesso metodo già sperimentato con Manlio Messina. Prima lo scontro feroce sul pasticcio di Cannes, con l’affidamento da 3,75 milioni bloccato in autotutela e il Balilla che scaricava la responsabilità sul presidente-assessore ad interim. Poi la riabilitazione, il pellegrinaggio a Brucoli, il bacio della pantofola e la confessione di Schifani di affidarsi persino ai suoi consigli. Anche lì la morale durò quanto la convenienza.

E dura ancora meno quando si tratta di spendere. Palazzo d’Orléans ha continuato a foraggiare il superpagnottista Maurizio Scaglione con affidamenti per video e format istituzionali. Per la riapertura di Castello Utveggio, due video per complessivi sei minuti sono costati 8.748 euro. Tutto può essere formalmente legittimo. Ma la questione morale comincia dove finisce il codice penale: nella qualità delle scelte, nella sobrietà, nell’imparzialità, nel rifiuto di usare denaro pubblico per alimentare clientele mediatiche e corti compiacenti.

Schifani, ancora una volta, ha perso l’occasione di fissare una regola. Ne ha fissate almeno tre: una per gli alleati sacrificabili, una per gli alleati intoccabili, una per gli amici da premiare. Ha chiamato garantismo questa elasticità. È soltanto il potere che assolve se stesso.