All’Ars non c’è più neppure il rumore della politica. C’è il vuoto. Un vuoto costoso, indisponente, che certifica la sua irrilevanza. La maggioranza non ha i numeri, il governo non ha il polso, le commissioni non si riuniscono, le leggi si contano sulle dita di una mano. Palazzo dei Normanni va avanti per inerzia, come certi edifici pericolanti che tutti vedono e nessuno vuole dichiarare inagibili. E’ diventato ingiustificabile anche il costo delle bollette, ma tant’è…

L’ultima scena di questo lento disimpegno è andata in onda su un tema che avrebbe richiesto almeno un minimo di serietà: la salute dei siciliani. In Aula c’era uno stralcio alla Finanziaria con norme su questioni concrete, dai parcheggi ospedalieri ai percorsi di cura per l’endometriosi. Ma i banchi della maggioranza erano mezzi vuoti, l’assessora competente, Daniela Faraoni, era a Roma e il Parlamento non era stato neppure formalmente avvertito come si deve. Alla fine, più che una seduta, è sembrata la prova generale di uno sfratto. E le parole ascoltate in Aula, da Micciché a Lantieri (entrambi deputati della maggioranza), hanno avuto il tono di chi non riesce più nemmeno a coprire l’imbarazzo. C’è chi ha parlato di politica “che ha mollato”, chi di assenza vergognosa, chi di Parlamento ridotto a scendiletto del governo.

Nello stesso clima surreale non si è riusciti a chiudere neppure la pratica più ordinaria: l’insediamento della forzista Rosetta Cirrone Cipolla al posto di Michele Mancuso (finito ai domiciliari per corruzione). La commissione Verifica poteri, che avrebbe dovuto ratificare il subentro, non si è riunita per mancanza del numero legale. In un Parlamento normale sarebbe una formalità. All’Ars è diventata un’impresa. La deputata in pectore, che si era portata la claque dal Nisseno per celebrare la promozione, ha dovuto tornarsene a casa a mani vuote.

I numeri, in generale, sono crudeli. Nel 2026 l’Ars ha prodotto pochissimo: qualche norma sparsa, la riforma monca degli enti locali, il provvedimento per le imprese colpite dal ciclone Harry (poi impugnata dal Consiglio dei Ministri per un vizio procedurale), Comiso città della pace, l’applicazione di norme nazionali sull’avanzo di amministrazione. Roba che non basta nemmeno a tenere in piedi la retorica della produttività. Eppure il costo del Parlamento siciliano, con un presidente delegittimato da un’inchiesta per corruzione e peculato, resta enorme: oltre 133 milioni di trasferimenti regionali per il funzionamento nel 2026, mentre la spesa complessiva dell’Assemblea supera i 260 milioni. Non serve neppure indulgere nell’antipolitica per notare lo scarto mostruoso fra quanto costa e quanto produce. Basta guardare il calendario d’Aula.

Dentro questo sfacelo, Renato Schifani ha deciso di togliere a Luca Sammartino la delega ai rapporti con l’Ars e di consegnarla ad Alessandro Aricò. La versione ufficiale parla di scelta concordata, anzi di richiesta avanzata da Sammartino mesi fa per i suoi “numerosi e gravosi impegni”. La verità politica è che i rapporti fra Sammartino e Sala d’Ercole erano logori da mesi, fra bocciature (è stata impallinata col voto segreto la proposta di riforma dei Consorzi di Bonifica), tensioni (con Fratelli d’Italia ed Mpa) e insofferenze crescenti. E il cambio arriva proprio mentre il vicepresidente della Regione resta appeso anche al suo percorso giudiziario, dopo il rigetto da parte della Consulta del ricorso sull’uso delle intercettazioni nell’inchiesta che lo riguarda. Schifani, più che scegliere, sembra aver preso atto che quel fronte era diventato troppo esposto.

Il punto è che Aricò non viene mandato a ricostruire un rapporto politico: viene mandato a fare il pompiere, a mettere la faccia dove il governo non riesce più a garantire presenza e disciplina. Una mansione ingrata, quasi notarile, che racconta bene la stagione. Non c’è un Parlamento da rilanciare, c’è solo una baracca da tenere in piedi ancora un po’. E infatti il governatore ha scelto uno dei suoi uomini più esposti, uno che in questi giorni è finito anche al centro dello scontro pubblico con Davide Faraone sul Sicilia Express, la trovata ferroviaria spacciata come risposta al caro-voli e finita invece in una baruffa a favore di telecamera. Non proprio il profilo del diplomatico. Più quello del fedelissimo da spedire dove c’è da reggere l’urto.

Naturalmente, attorno ad Aricò si muove già anche il sottobosco dei retroscena. È uomo di Fratelli d’Italia, e il suo rafforzamento nei rapporti con l’Assemblea può valere anche come investimento interno, nel caso in cui i meloniani decidessero prima o poi di affrontare la questione Galvagno (atteso dall’udienza del Gup dopo aver scelto il giudizio immediato). Per ora sono sussurri, quelli che a Palermo precedono sempre le manovre vere. Ma basta così per capire che il passaggio di delega non ha nulla di tecnico. È una mossa di assetto, di equilibrio, forse di precauzione.

La sostanza, però, non cambia. Aricò al posto di Sammartino non è una svolta, è maquillage. Il tentativo di dare un po’ di cipria a un cadavere politico che da mesi, dentro il Palazzo, ha smesso di fingere di essere vivo.