La Democrazia Cristiana pretende di rientrare in giunta, ma non riesce nemmeno a scegliere il nome da mettere sul biglietto da visita. E già questo basta a Schifani per prendere tempo. La poltrona reclamata dallo scudocrociato è una, i candidati sono due, il partito è spaccato. Da un lato Ignazio Abbate, sostenuto dal gruppo parlamentare e dai commissari regionali; dall’altro Laura Abbadessa, presidente del partito, indicata da sette segretari provinciali.

Il paradosso è che la Dc, dopo avere perso gli assessorati nel terremoto giudiziario che ha travolto Totò Cuffaro e il suo cerchio, si ripresenta alla porta del governo non con una soluzione ma con un problema. Abbate è il nome più pesante sul piano elettorale, quello che nel partito raccoglie voti, e che affida la comunicazione a gruppi di potere capaci di farsi largo nei salotti del potere. Ma è anche il nome più ingombrante sul piano dell’opportunità. Su di lui pendono due filoni d’indagine: uno sulla presunta truffa legata agli indennizzi per la tromba d’aria che colpì Modica nel 2021; l’altro sulla gestione dei fondi regionali per i buoni libro, quando era sindaco, con quasi 150 mila euro che la Regione ha chiesto indietro al Comune. In una maggioranza che da mesi predica prudenza, morale pubblica e garantismo a intermittenza, il suo curriculum rischia di diventare un ostacolo prima ancora che una risorsa.

L’alternativa, però, non è meno rivelatrice. Laura Abbadessa viene spinta da una parte del partito come volto più presentabile, più sobrio, più spendibile nel dialogo con gli alleati. Ma anche il suo nome non nasce da una discussione limpida sulla qualità politica, sulle competenze o sulla linea da dare alla Dc. Riporta invece a quella intercettazione in cui Cuffaro, ragionando su come sistemare la nuova architettura del partito, spiegava di voler mettere nei posti chiave persone “al di sopra di ogni sospetto”, fino a evocare la moglie del magistrato Massimo Russo.

Il riferimento, secondo quanto emerso allora, era proprio ad Abbadessa. Che provò a giustificarsi in una intervista: “Ingenua? Forse. Rivendico il diritto all’ingenuità buona” mentre “rigetto con fermezza ogni utilizzo malizioso o strumentale della mia elezione a presidente della Dc”. E così la Dc si trova nella situazione più imbarazzante possibile: se candida Abbate offre agli alleati il bersaglio perfetto; se candida Abbadessa finisce per riaprire il capitolo più tossico della propria rifondazione, quello delle coperture reputazionali usate come scudo politico.

Schifani, naturalmente, osserva e rinvia. Gli conviene. Dal 10 novembre il presidente tiene per sé, ad interim, sia l’assessorato alla Famiglia sia quello agli Enti locali e Funzione pubblica, dopo avere revocato le deleghe a Nuccia Albano e Andrea Messina. Doveva essere una soluzione temporanea. È diventata un metodo di governo. Più la Dc resta impantanata nella sua guerra di posizionamento, più il governatore può continuare a non decidere. E più gli alleati possono prendere fiato, frenare, alzare la posta, ricordare che il rientro degli ex cuffariani non è affatto scontato.

Fratelli d’Italia non ha mai smesso di far trapelare la propria contrarietà. Forza Italia, a cominciare dai livelli nazionali, ha già fatto capire che aprire le porte a nuovi nomi esposti sul terreno giudiziario sarebbe politicamente indigesto. Il punto vero, allora, non è nemmeno quale nome uscirà dal cilindro democristiano. Il punto è che la Dc non riesce più a presentarsi come forza indispensabile. È un partito che chiede spazio mentre porta divisione, pretende riconoscimento mentre offre imbarazzo. E non basta invocare lealtà dopo mesi passati a ingoiare rospi.

Il tentativo di tornare in giunta, infatti, si è trasformato in una resa pubblica dei conti. E adesso lo scudocrociato offre all’intera coalizione la fotografia più crudele di sé: un partito che non sa scegliere se puntare sull’uomo dei voti, ma indagato due volte, o sulla donna del profilo rassicurante, ma politicamente segnata dal sospetto di essere stata scelta proprio per rassicurare.

Nel frattempo il vuoto di governo si allunga. Perché i due assessorati restano scoperti, perché l’Mpa aspetta di piazzare la propria bandierina nel rimescolamento (sempre favorita Valeria Caci, attuale assessore al Comune di Gela), perché la maggioranza continua a litigare sulle caselle mentre Schifani prova a vendere come stabilità quello che assomiglia sempre di più a un congelamento.

La verità è semplice: la Dc oggi è utile a tutti finché resta fuori. A Schifani, che può trascinare l’interim. Agli alleati, che possono tenere chiuso il recinto della giunta. Perfino alla stessa Democrazia Cristiana, che continua a minacciare il rientro senza assumersi il rischio di una scelta definitiva. Ma un partito che non sa decidere neppure il proprio assessore è difficile che possa pretendere di orientare il governo della Sicilia. Che intanto rimane fermo…