Venezia è tra le grandi città simbolo dell’Occidente, insomma tra Parigi, Londra, Roma, Milano, Amsterdam, Vienna, Barcellona, New York, la sola a non essere governata dalla sinistra. Si va al voto per il sindaco il 24 e il 25 maggio. E il centrodestra, nelle settimane decisive della campagna, ha trovato il modo di colpirsi da solo, con una precisione e una costanza che farebbero invidia a un avversario organizzato. Il centrodestra governa il comune veneziano da undici anni, e adesso punta su Simone Venturini, trentotto anni, già assessore della giunta di Luigi Brugnaro, di cui deve portare avanti l’eredità cercando però di non somigliarle troppo. L’avversario, Andrea Martella, senatore del Pd, guida un campo larghissimo: sette liste, dal M5s a Italia Viva. Sulla carta dovrebbe vincere il centrodestra. Ma ne siamo sicuri? Prendiamo la vicenda del teatro La Fenice. Lo scorso settembre la fondazione del teatro aveva approvato all’unanimità la nomina di Beatrice Venezi come direttrice musicale. Era una scelta politica dichiarata, rivendicata, difesa con ardore.

Quando i lavoratori del teatro La Fenice insorsero – scioperi, volantini in platea, spille dorate al Capodanno in Rai – la destra tenne il punto. Mesi di trincea. Mesi di “la sinistra non tollera il merito”. Mesi di Venezi come simbolo della riscossa culturale. Poi, improvvisamente, senza che nemmeno gli orchestrali più scatenati se lo aspettassero, la settimana scorsa il sovrintendente Colabianchi ha annullato tutte le collaborazioni future della direttrice, sostenendo che le dichiarazioni di Venezi a un giornale argentino erano “offensive e lesive del valore artistico e professionale della Fondazione”. La stessa Fondazione che l’aveva voluta. Lo stesso centrodestra che l’aveva nominata, difesa, celebrata al punto da farle assumere un ruolo simbolico, la scaricava nel giro di ventiquattr’ore, all’improvviso, con la disinvoltura di chi butta via un ombrello rotto.

Non è andata meglio con la Biennale. Pietrangelo Buttafuoco – scrittore, intellettuale, figura di riferimento della destra culturale italiana – era stato voluto dal governo alla presidenza della Fondazione. Poi ha deciso di riammettere la Russia all’esposizione internazionale. Il governo ha protestato, il ministro Alessandro Giuli ha disertato l’inaugurazione, e ieri sera i giuristi e i tecnici del ministero e di Palazzo Chigi erano ancora riuniti fino a notte per mettere a punto un decreto di commissariamento. Contro chi avevano scelto loro. E tutto per non fare la cosa più semplice: sequestrare il padiglione russo, che è lì, nei Giardini, e ci resterà. Difficile immaginare, per una destra che si era presentata al governo con esplicite ambizioni di egemonia culturale, un’immagine di disfacimento più eloquente di questa. Continua su ilfoglio.it