Cos’aspetta Schifani a ripristinare lo status quo? Sarebbe l’unico modo per rendere giustizia a un governo azzoppato lo scorso 10 novembre – dopo lo scandalo che portò ai domiciliari Totò Cuffaro – e mai più ripristinato nelle sue funzioni. Sarebbe l’unico, disperato (e tardivo) colpo di coda rispetto a un’azione paralizzata dagli scandali e dai tentennamenti dei partiti nel concedere un rimpasto. Anche questa volta non se ne farà niente, o quasi. Fratelli d’Italia, infatti, ha deciso di non schiodarsi sul nome della Amata, mandando in soffitta il repulisti che a Roma era costato il posto al sottosegretario Delmastro e al ministro Santanché. In Sicilia quelle regole non valgono.

E allora tanto vale smetterla con la recita. Se il rimpasto deve ridursi alla copertura delle due caselle lasciate vuote dalla Dc, Schifani faccia la cosa più semplice: richiami Nuccia Albano e Andrea Messina. Restituisca loro gli assessorati al Lavoro e Famiglia e agli Enti locali e Funzione pubblica. Fine della storia. Albano e Messina furono revocati non per responsabilità personali, ma per appartenenza politica, in seguito alla bufera su appalti e sanità che investì l’ex governatore. Schifani reagì togliendo alla Democrazia Cristiana (che oggi sostiene di non essere “cuffariana”) i suoi due rappresentanti in giunta e trattenendo per sé gli interim. Da allora, però, il governo è rimasto monco.

Il punto è che oggi quel rattoppo non regge più. Perché se la maggioranza ha scelto la linea garantista, allora la deve applicare fino in fondo. Elvira Amata, rinviata a giudizio per corruzione, resta al Turismo perché Fratelli d’Italia non intende aprire un caso. Luca Sammartino, a processo per corruzione, resta vicepresidente della Regione e assessore all’Agricoltura perché la Lega non vuole che il principio Amata venga applicato al suo massimo rappresentante. Gaetano Galvagno resta al vertice dell’Ars perché nessuno, dentro FdI, ha davvero intenzione di trasformare le disponibilità al passo indietro in dimissioni effettive. Tutti garantisti, dunque.

Albano e Messina, invece, sono rimasti fuori pur non essendo destinatari di contestazioni personali. E qui la contraddizione diventa grottesca. Chi ha un problema giudiziario diretto può restare, chi non ce l’ha è stato sacrificato per ragioni di opportunità. Chi è protetto da una corrente, da un partito nazionale o da un equilibrio di coalizione viene difeso in nome della presunzione d’innocenza. Chi è finito nel tritacarne per riflesso, invece, può aspettare. Da novembre.

La trattativa di questi giorni ha reso tutto ancora più surreale. La Dc chiede di rientrare in giunta e pretende pari trattamento rispetto agli alleati. Ma invece di rivendicare fino in fondo il ritorno dei due assessori rimossi senza colpe personali, si è impuntata sul nome di Ignazio Abbate. Così il paradosso raddoppia: per riparare a una revoca politica di due assessori non coinvolti direttamente, si vorrebbe aprire la porta a un altro nome destinato inevitabilmente a trascinare con sé nuove polemiche (Abbate ha due indagini a carico).

Intanto Fratelli d’Italia ha celebrato a Enna, con Arianna Meloni e Giovanni Donzelli, la propria grande seduta di autocoscienza. Risultato? Il Turismo resta blindato. La corrente che ha governato quel pezzo di potere non viene messa in discussione. E il repulisti evocato nei giorni scorsi si è fermato prima ancora di attraversare lo Stretto. Sarà mica una casualità che la stagione del rigore si sia raffreddata proprio quando Manlio Messina, il Balilla uscito sbattendo la porta da Fratelli d’Italia, ha sospeso l’idea di vuotare il sacco sulla gestione del partito?

Forza Italia, dal canto suo, ha scelto una linea più pratica: completare la giunta, rendere la squadra pienamente operativa, ma senza cambiare le deleghe. Tradotto: si può fare il rimpasto purché nessuno tocchi davvero gli equilibri. La Sanità resta un dossier complicato, l’Economia pure, e per questo rimangono in capo a due tecnici. E quindi anche l’accelerazione azzurra si ferma davanti alla realtà: il governo può essere ritoccato solo dove non fa male.

C’è poi l’anomalia tutta interna ai berluscones. Se davvero Nicola D’Agostino dovesse prendere il posto di Daniela Faraoni alla Sanità, il partito si ritroverebbe con due assessori riconducibili alla stessa area, quella dell’ex ministro Salvatore Cardinale: D’Agostino, appunto, ed Edy Tamajo alle Attività produttive. Un esito che basterebbe da solo a identificare la geografia politica del nuovo corso targato Nino Minardo, appena nominato commissario regionale, e ad allargare la crepa con il resto del gruppo azzurro, che da mesi invoca pari trattamento, maggiore rappresentanza e un riequilibrio reale dentro il governo.

Per questo il ritorno di Albano e Messina avrebbe almeno un valore politico e simbolico: smaschererebbe tutti. Costringerebbe la Dc a dire se vuole giustizia per i suoi assessori rimossi o soltanto una nuova poltrona per riequilibrare il gruppo. Costringerebbe Fratelli d’Italia (che ha già tolto il veto sul ritorno dei democristiani) a spiegare perché il garantismo debba valere per Amata e non per chi non è nemmeno imputato. Richiamare Albano e Messina sarebbe una mossa tardiva, forse persino disperata. Ma avrebbe almeno il merito della chiarezza. Tutto il resto è il festival dell’ipocrisia: una questione morale buona per i comunicati, inutile quando bisogna toccare gli assessori veri.