Il rimpasto alla Regione sembra non volerlo più nessuno. Lo chiedevano tutti quando serviva a mettere pressione a Schifani. Adesso che Schifani ha provato ad accelerare, tutti hanno scoperto di avere un buon motivo per frenare. Fratelli d’Italia non vuole trasformare il caso Amata in una resa dei conti interna. Forza Italia vuole chiudere la stagione degli interim, ma senza cedere un centimetro sulle deleghe. La Lega non vuole che il principio applicato all’assessora al Turismo finisca per travolgere Luca Sammartino. E così il grande tagliando della giunta rischia di ridursi all’unica cosa davvero conveniente per tutti: coprire i due assessorati rimasti nelle mani del presidente e lasciare intatto il resto.

Renato Schifani ha provato a imporre i tempi. Ma i partiti hanno subito rimesso i paletti. Luca Sbardella, commissario regionale di Fratelli d’Italia si è detto sorpreso dalla tempistica scelta dal governatore (“Prima le liste delle Amministrative”). Tutto, fuorché il rimpasto. Una presa di distanza netta, soprattutto perché arriva dal partito che avrebbe dovuto essere il principale protagonista dell’operazione.

I patrioti, ieri, hanno celebrato il proprio check-up siciliano all’hotel Federico II, con oltre quattrocento partecipanti secondo gli organizzatori e a porte rigorosamente chiuse. Parlamentari, deputati regionali, sindaci, consiglieri comunali e di circoscrizione hanno aperto il confessionale davanti ai big del partito, Giovanni Donzelli e Arianna Meloni, arrivati nell’Isola per ascoltare la base e misurare lo stato di salute di una formazione cresciuta in pochi anni fino a diventare primo partito. Fuori, però, le domande erano sempre le stesse: cosa farà FdI sui casi giudiziari di Elvira Amata e Gaetano Galvagno? I vertici hanno dribblato i cronisti. A parlare, ancora una volta, è stato Sbardella: «Non è qui che si decidono queste cose».

Il nodo era e resta Elvira Amata. L’assessora, rinviata a giudizio per corruzione, ha rimesso il proprio mandato nelle mani del partito. Ma è nel partito che vanta rapporti, sponde, protezioni. E la linea garantista, sostenuta anche da pezzi pesanti del governo nazionale, consente di prendere tempo senza assumersi il costo di una rottura. Ogni riferimento al ministro Lollobrigida, da sempre primo violino della corrente turistica, è puramente casuale.

La linea di Enna è stata tutta qui: ascoltare molto, decidere poco. Anche Gaetano Galvagno, presidente dell’Ars, ha ribadito di avere manifestato la propria disponibilità al passo indietro se il partito glielo chiedesse. Ma nessuno, per ora, glielo ha chiesto. Anzi, Galvagno ha tenuto a distinguere la propria posizione da quella di Amata: lui ha scelto il rito immediato e la sua è un’elezione di secondo livello. Differenze giuridiche e politiche che servono soprattutto a non trasformare ogni caso in un precedente.

Questa ammuina permette a FdI di non scaricare Amata, di non aprire un conflitto interno e di non offrire agli alleati un precedente ingestibile. Perché il problema non è soltanto Amata. Se il criterio diventa l’allontanamento degli assessori imputati, la domanda successiva riguarda Luca Sammartino. Il vicepresidente della Regione, uomo forte della Lega in Sicilia, è anche lui a processo per corruzione. Toccare Amata significherebbe aprire automaticamente il dossier Sammartino. E nessuno, dentro la maggioranza, ha voglia di farlo. Non la Lega, che difende il suo uomo più pesante nel governo. Non Schifani, che non può permettersi una crisi con Salvini. Non gli altri alleati, che sanno quanto sia pericoloso applicare criteri morali a giorni alterni.

Forza Italia, invece, ha scelto una linea diversa: accelerare, ma senza concedere nulla. Dopo il primo incontro a Palazzo d’Orléans con Schifani, il commissario regionale Nino Minardo ha parlato della necessità di «valorizzare al meglio l’ultima fase della legislatura» e di concentrarsi su «obiettivi concreti e immediatamente realizzabili». Poi ha fissato il punto politico: rendere la squadra di governo «pienamente operativa senza ulteriori rinvii». È la formula azzurra per dire sì al rimpasto – che di fatto non dovrebbe interessare Forza Italia, se non per il turnover alla Sanità, con D’Agostino in campo per il dopo Faraoni – ma solo dentro un perimetro preciso. Si può completare la giunta, si possono coprire le caselle ancora vacanti, si può chiudere la lunga stagione degli interim. Ma non si toccano le deleghe.

La distanza con Fratelli d’Italia è evidente. A quel punto il rimpasto diventa un’operazione minima, quasi obbligata: coprire le due caselle lasciate vuote dopo la revoca degli assessori della Dc e tenute finora nell’interim del presidente. Enti locali e Funzione pubblica da una parte, Lavoro e Famiglia dall’altra. È lì che può passare l’unica mediazione possibile. Tutto il resto rischia di esplodere. La Dc punta al rientro e ormai nessuno nega più che vada tenuta in considerazione: ha contribuito alla vittoria del 2022, ha sei parlamentari all’Ars, pesa negli equilibri della maggioranza. Resta da capire con quale nome. Nuccia Albano starebbe rimontando posizioni sull’ex sindaco di Modica, Ignazio Abbate. Gli altri partiti, intanto, rimangono alla finestra.

Il risultato è un rimpasto senza entusiasmo né coraggio, quasi inacidito. Una pratica che doveva servire a rilanciare l’esecutivo e rischia di diventare una semplice copertura di vuoti amministrativi. Il governo Schifani non cambierebbe passo: cambierebbe solo la distribuzione di due poltrone rimaste vacanti troppo a lungo.