Un’intervista telefonica con chi ha vissuto gli anni più terribili – e per certi versi più poetici – del giornalismo non si può esaurire in una manciata di minuti. Lo spunto è il suo secondo romanzo, Palermo di chitarra e coltello (Einaudi Stile Libero), ma il racconto spazia dall’infanzia nella miseria del secondo Dopoguerra, alla fortuna di poter studiare al collegio, innamorandosi delle pagine di Shakespeare e Milton. E, poi, il destino che si mette di mezzo, trasformandolo in cronista. Il cuore della storia umana e professionale di Giuseppe Sottile, classe 1946, sta tutto lì. Nella vita di redazione, nei cazziatoni e negli insegnamenti di un maestro come oggi non esistono più. Nelle suole consumate andando a caccia di notizie, nei modi più fantasiosi per riuscire a ottenere la foto esclusiva da prima pagina. Nella lentezza della scrittura. Nella lentezza di una vita, così lontana dalla folle frenesia che ci circonda oggi. Sottile racconta con affettuoso distacco la Palermo delle guerre di mafia, la città “di granato e argento” che Borges disse di aver sognato in una notte senza tempo. È lo stesso sguardo che lo ha portato a L’Ora di Vittorio Nisticò, a seguire rapine, omicidi, processi, a inventarsi un mestiere. E che lo ha accompagnato poi al Giornale di Sicilia e, soprattutto, a Milano, a Studio Aperto, fino al Foglio, dove da anni dirige l’inserto culturale del sabato, con la disciplina di chi crede ancora che la scrittura sia un esercizio di precisione.
Sottile è un uomo che ha visto cambiare il linguaggio, le redazioni, l’Italia, e che continua a interrogarsi sul mestiere e sul mondo con una lucidità che non scade nella mera nostalgia. «Il nemico principale è la banalità», dice. E forse è proprio da qui che bisogna partire per leggere il suo romanzo. Dalla lotta contro tutto ciò che appiattisce e semplifica.
Come nasce il tuo sguardo sul mondo?
Il libro parte da una storia personale pur non essendo un’autobiografia. È uno sguardo disincantato, sul filo della levità più che della leggerezza. Riguarda la mia infanzia in un paesello come Gangi. Mio padre faceva i basti, le selle, per i muli. Un mestiere che l’arrivo della motolapa ha annientato. L’industrializzazione ha salvato il Paese, ma ha ucciso un’economia antica fatta di calzolai, sarti e contadini. Nel libro racconto questa civiltà che scompare. Tutto girava attorno alla parola pane. Mio padre non diceva “vado a lavorare”, ma “vado a guadagnarmi il pane”.
E si è tolto il pane di bocca per mandarti al collegio…
Per studiare dovevamo fingere tutti di volerci fare preti. A undici anni sono finito a Pedara, ai piedi dell’Etna. Per noi ragazzini dei paesi era un altro mondo. Lezioni di galateo, musica classica, letteratura inglese. Orizzonti che non avevamo mai immaginato.
Ti manca quel mondo?
Io ci tornerei subito, al collegio dei salesiani, nonostante le sofferenze. Oggi, nel mondo a progressiva analfabetizzazione, in quella scuola si vorrebbe e si dovrebbe andare tutti.
Come sei arrivato al giornalismo?
A L’Ora cercavano un ragazzo che passasse la notte nell’università occupata per raccontarla. Era il ’68. Io non avevo dove dormire. Accettai. L’indomani mi presentai al giornale e il direttore mi chiese com’era andata. “Ottimamente bene”. La mia carriera cominciò con un errore di italiano.
Che cosa significava fare cronaca a Palermo?
Era un giornalismo che oggi non esiste più. Dovevamo superare il Giornale di Sicilia con la foto d’effetto. Ad esempio, per fotografare una prostituta rapinata, ci presentammo dal magnaccino dicendo: “Veniamo dalla squadra mobile”. Era vero in parte, in fondo arrivavamo proprio da lì, letteralmente. A L’Ora imparavi il mestiere. Oggi non so se esista ancora qualcuno disposto a dare indietro agli altri quello che ha imparato.
Da Palermo a Milano. Cosa cambia?
A Milano sono arrivato perché Paolo Liguori mi voleva al Giorno. Poi è arrivata Mani Pulite, e l’arresto di Gabriele Cagliari, presidente di Eni – che controllava il quotidiano – ha sconvolto tutto. Abbiamo fatto battaglia garantista, ma alla fine siamo stati assorbiti da Mediaset. Ho lavorato a Studio Aperto, ma la televisione non mi affascinava. E poi c’era mio figlio che cresceva in tv. Rischiavamo di diventare i Dumas dei poveri.
Il Foglio è stata una rinascita, quindi?
Quando Giuliano Ferrara mi propose di disegnare il menabò del Foglio, non mi parve vero. È un giornale completamente diverso dagli altri. L’inserto del sabato è stato un grande successo. Ogni settimana dodici pagine, per 54 settimane l’anno. Devi circumnavigare la cronaca e soprattutto rifuggire dalle cose già viste e già lette. L’obiettivo è sempre quello di creare, in chi legge, un minimo di stupore..
Come è cambiato il giornalismo?
Avevamo un linguaggio preciso, con le sue regole e la sua dignità. Poi si è imposto quello televisivo, più immediato, e tutti hanno cominciato a imitarlo. Dopo ancora sono arrivati i social. E non sappiamo dove ci porterà l’intelligenza artificiale. Che rischia di provocare lo stesso scompiglio che la motolapa provocò nel mestiere di mio padre..
Il nuovo fa paura?
Il nuovo viene sempre visto come una minaccia dalla maggioranza conservatrice. Ma uno strumento non è solo buono o solo cattivo. Anche Gutenberg fu considerato un pericolo. La Bibbia stampata spaventava la Chiesa perché arrivava direttamente ai lettori non c’era più bisogno dei preti per leggere e interpretare le Sacre Scritture. Ogni innovazione va capita e regolata. Non demonizzata.
Se il giovane cronista che eri vivesse oggi…
Probabilmente cambierebbe mestiere. Non so se ricomincerei da capo. Non c’è più un Nisticò. Però ammiro chi, malgrado tutto, continua ad avere questa passione e continua a misurarsi con questo mondo nuovo.
Che cosa resta del mestiere?
Siamo in un tempo terribile, siamo andati oltre persino alle fake news. Non distingui più ciò che è reale da ciò che è costruito dall’intelligenza artificiale. Nella guerra, nella propaganda. Non sai se foto o video sono veri o elaborati per distrarti o impaurirti. Il compito del giornalista è sempre più difficile, ma ancora più necessario.
Che cosa ti muove ancora oggi?
La curiosità. La voglia di capire. E la gratitudine per chi mi ha insegnato che il mestiere non è solo scrivere, ma guardare il mondo con disincanto, senza cinismo.


