La Sicilia, quando prova a raccontarsi, si moltiplica. Diventa infanzia e miseria, vocazione e desiderio, musica e sangue, provincia e cronaca nera. È da questa frattura che nasce «Palermo di chitarra e coltello» di Giuseppe Sottile (Einaudi, pp.176 €15,50): un libro che non si limita a inseguire la memoria personale, ma la trasforma in una mappa sentimentale dell’isola. Giornalista siciliano di lungo corso e fine osservatore dei costumi, Sottile racconta i seminaristi e i musicanti, i muli soppiantati dalla Moto Ape, la scoperta del mare e poi, più avanti, la Palermo dei cronisti dell’Ora e dei morti ammazzati. «Io racconto queste storie minime di una Sicilia che non è quella del Gattopardo: questa Sicilia minuta, costruita attorno alle cassepanche che c’erano a quel tempo, questi mestieri, tra cui quello di mio padre, che sono stati sconfitti, travolti poi dall’industrializzazione», afferma l’autore. «È finito il fabbro ferraio, è finito mio padre che faceva le selle. Proprio come quando è arrivato il vestito confezionato che ha posto fine ai sarti. I mestieri antichi vengono travolti e comincia la grande emigrazione».
Nell’esergo riporta una citazione di Gesualdo Bufalino, «lo scrittore non è mai innocente».

Concorda?
«Assolutamente. Non sono per l’obiettività dell’informazione. O meglio, come affermava il mio maestro, Vittorio Nisticò de L’Ora, nessuno in questo mestiere ti dà gratis un’informazione. Chi sceglie cosa raccontare, già esercita una scelta, indirizza lo sguardo. Ciò che conta è avere sempre l’onestà intellettuale verso i propri lettori».

La sua Palermo dei giardini e dei gelsomini odorosi, che fine ha fatto?
«Quella è stata completamente rasa al suolo, divelta dalla modernità. Palermo è scomparsa un poco perché mangiata dalla politica, divorata da un sistema mafioso che indubbiamente c’è stato, c’è e continua a esserci. Nonostante – stiamo attenti – la grande mafia, quella delle stragi, sia stata sconfitta, perché lì ha vinto lo Stato. Però rimangono quei residui, il respiro marcio di una cultura mafiosa che è quella del dire e del non dire, dell’ammiccamento, dell’insinuazione. Questa sopravvive e inietta ancora il suo veleno. Questo è il problema di Palermo».

Questo racconto è un compendio delle morti ammazzate, della mafia e della mezzamafia. La musica rappresenta una forma di resistenza?
«Certamente ma non solo. Io sono stato in collegio dai sei ai sedici anni perché al mio paese, a Gangi, finite le scuole elementari, che già erano scuole rurali, non avendo i mezzi per studiare c’erano poche alternative. Quasi tutti i ragazzi della mia generazione dovevano fingere la vocazione per diventare preti. Cercavamo vocazioni per sopravvivere e a me toccò andare dai Salesiani di Pedara, in provincia di Catania».

E cosa avvenne?
«Con mio padre siamo partiti con quest’autobus che ci metteva sei ore per arrivare da Gangi a Catania, ma durante una lunga pausa per prendere la coincidenza di Pedara, mio padre mi ha portato a vedere il mare. Fu la prima volta».

E una volta giunto in collegio?
«Con i Salesiani avvenne l’incontro con la cultura, l’incontro col sapere, con la conoscenza, così come la lettura delle Sacre Scritture è una scuola di educazione alla bellezza che ancora oggi non smette di stupirmi ed estasiarmi. Ecco perché cito spesso Isaia come un momento epifanico: “È durato un momento il mio abbandono, con tanta tenerezza ti riprendo”. Una poesia altissima, e siamo al secondo Isaia, cioè 800 anni prima di Cristo. Lo stesso stupore con la musica che don Frattallone che per avvicinarci ogni giorno di più a Dio ci trascinava in quel teatro dell’infinito che è la musica. Insegnava a noi che venivamo dal paese e mangiavamo quasi con le mani, che c’era un compositore chiamato Beethoven e che nella Quinta sinfonia la prima modulazione cominciava con tre toni e un semitono. Ecco cosa fu l’educazione per me, la scoperta di un mondo che era ignoto».

Ma lei perché scrive?
«Scrivo perché ho letto. Non c’è una risposta migliore».