Marcello Caruso non ha ancora giurato e già si ritrova dentro il tritacarne. Mercoledì, all’Ars, entrerà formalmente in carica da assessore regionale alla Salute. Lascia la segreteria particolare di Renato Schifani, cioè il posto più vicino al presidente, per sedersi sulla poltrona più pesante dell’amministrazione regionale: quella che Daniela Faraoni ha lasciato dopo pochi mesi, senza riuscire a sciogliere i nodi principali.
Ex coordinatore regionale di Forza Italia, funzionario dell’Esa, l’Ente di sviluppo agricolo, uomo di partito e di sottogoverno, Caruso si è occupato più di agricoltura che di reparti, pronto soccorso e programmazione sanitaria. Nel 2026 la sanità muove circa undici miliardi, quasi metà del bilancio regionale. Non un assessorato qualunque, ma un sistema di potere, spesa e fragilità che non concede apprendistati lunghi.
Caruso ci arriva da fedelissimo del governatore. Può essere una garanzia politica, ma anche un grosso limite. Diego Cammarata, su Buttanissima, l’ha liquidata con una battuta feroce: nominare Caruso alla Sanità, ha scritto l’ex sindaco di Palermo, è come nominare lui direttore tecnico di un istituto di ricerca nucleare. Ebbene sì, Caruso dovrà dimostrare di non essere soltanto il prolungamento amministrativo del presidente.
La prima mina è la rete ospedaliera. Il piano costruito dall’ex assessora Faraoni e da Salvatore Iacolino è stato investito dai rilievi del ministero della Salute. Contestazioni pesanti che riguardano posti letto, accorpamenti, sistema dell’emergenza, documentazione incompleta e incongruente. Il ministero ha chiesto alla Regione di correggere e integrare tutto con urgenza. Tradotto: il decreto rischia di dover tornare in Commissione all’Ars e, senza modifiche sostanziali, di essere bocciato a Roma. Caruso dovrà decidere se difendere l’impianto ereditato, riscriverlo o scaricare sul passato la responsabilità del pasticcio. Tutte e tre le strade hanno un costo.
Poi c’è il Pnrr. Mancano poche settimane alle scadenze e il quadro è meno brillante di quanto raccontato. Degli ospedali di comunità annunciati, solo una parte risulta attivata davvero, spesso senza il personale necessario. Sulla digitalizzazione delle cartelle cliniche, finanziata con oltre sei milioni, è partita la corsa a formare medici e pediatri, mentre resta impantanato il progetto che avrebbe dovuto coinvolgere una parte degli ex lavoratori Almaviva.
Sul tavolo di Caruso finirà anche la stretta sulla farmaceutica. Il decreto del 30 marzo ha fissato soglie prescrittive e obiettivi di riduzione della spesa, con l’obiettivo di scendere da 410 a 385 milioni nel 2027. Ma il meccanismo ha fatto esplodere la protesta dei medici di famiglia e delle associazioni dei pazienti. Le associazioni dei diabetici e dei pazienti nefropatici sono già sulle barricate. Temono che l’austerità finisca per colpire cure che rientrano nei livelli essenziali di assistenza, con un paradosso evidente: risparmiare oggi sulla prescrizione e spendere domani molto di più per curare complicanze, cronicità aggravate, ricoveri evitabili. Faraoni aveva promesso di riconsiderare la vicenda. Poi se n’è andata.
E non è l’unico fronte aperto con le categorie. I convenzionati aspettano di capire se il nuovo assessore ribalterà i “no” della gestione Faraoni, a partire dalla richiesta di adeguamento dei rimborsi tariffari. In quel mondo il giudizio sull’assessorato uscente è durissimo: si parla di scelte punitive, tariffe non aggiornate, rapporto deteriorato con una parte del sistema che eroga prestazioni ai cittadini. Caruso dovrà decidere se continuare a trattarla come un problema di spesa o come un pezzo, piaccia o no, dell’offerta sanitaria regionale.
C’è poi il decreto sull’intramoenia, presentato da Schifani e Faraoni come il grande riordino dell’attività libero-professionale dei medici. L’obiettivo dichiarato è condivisibile: evitare che la libera professione dentro le strutture pubbliche cresca mentre le liste d’attesa restano inchiodate. Il provvedimento prevede volumi più rigidi, controlli trimestrali, sistemi distinti di prenotazione e incasso, limiti legati all’attività istituzionale. Ma anche qui lo scontro con i sindacati è aperto. La materia tocca gli interessi dei professionisti, l’organizzazione delle aziende, la credibilità della lotta alle liste d’attesa. Un decreto scritto per rimettere ordine può diventare, se applicato male, l’ennesimo campo di battaglia.
A rendere tutto più scivoloso ci sono le ombre sugli appalti. La commissione regionale Antimafia ha approvato una relazione severa sull’affidamento del servizio di elisoccorso di emergenza, segnalando opacità, proroghe, procedure negoziate senza bando, incarichi concentrati e un sistema di prevenzione della corruzione giudicato inefficace. La relazione è stata trasmessa ad Anac, Procura, Corte dei conti, governo regionale e assessorati competenti. L’elisoccorso è uno dei servizi più sensibili della sanità d’emergenza e arriva dopo una stagione in cui l’assessorato è già stato attraversato da inchieste, dimissioni e imbarazzi.
Come se non bastasse, Caruso dovrà mettere mano anche alla macchina interna. La casella della Pianificazione strategica, lasciata da Iacolino, è ancora da riempire. È una nomina decisiva: da lì passano rete ospedaliera, programmazione, rapporti con Roma, aziende sanitarie, pezzi fondamentali della spesa. Ma è anche una nomina politica, su cui Fratelli d’Italia – dopo aver ottenuto lo scalpo di Iacolino (ancor prima dell’inchiesta che lo ha colpito) – non mollerà la presa.
L’arrivo di Caruso, dunque, non è una normale sostituzione in giunta. È una scommessa ad alto rischio. Schifani ha scelto un uomo di fiducia, non un tecnico della materia. Ora però quella scelta dovrà produrre decisioni. Dovrà reggere l’urto di medici, sindacati, privati accreditati, ministero, pazienti e alleati di maggioranza. Non basterà essere l’uomo del presidente. Alla Sanità, più che la fedeltà, serve la capacità di sopravvivere al fuoco. E magari, ogni tanto, di spegnerlo.



