Renato Schifani oscilla. Da una parte ha il pudore di non trasformare gli ottant’anni dell’Autonomia siciliana in una festa di compleanno con torta, candeline e fanfara. Dall’altra, appena il discorso scivola sulla sua sopravvivenza politica, torna quello di sempre: il presidente che non molla, non arretra, non si fa intimidire, non si lascia logorare. Il pendolo si muove così: dalla consapevolezza del fallimento storico dell’autonomia alla rivendicazione muscolare del proprio futuro.
Il contesto, del resto, sconsigliava i festeggiamenti. Lo Statuto compie ottant’anni, ma la Regione, tra scandali e occasioni mancate — a cominciare dall’assenza di vere riforme di sistema nel corso della legislatura — non gode esattamente di salute smagliante. L’Autonomia speciale, più che un laboratorio di autogoverno, “è diventata veicolo di prebende e malamministrazione”, trasformandosi “in una zavorra per i cittadini”. Parola di Schifani. Che però, a margine dell’iniziativa organizzata da Repubblica Palermo allo Steri, ha cambiato registro.
Il blocco delle assunzioni negli enti regionali? Effetto del “momento elettorale”, delle assenze, delle tensioni interne. Il sondaggio Swg che lo colloca all’ultimo posto tra i presidenti di Regione? “Mezzucci”, dice lui. Le voci di logoramento? Respinte. Le ipotesi di voto anticipato? Cancellate. “Arriveremo a scadenza naturale”, assicura. E poi la frase manifesto: “Io non mi lascio logorare da nessuno, né intimidire da nessuno”.
È il secondo movimento del pendolo. Quello in cui il presidente torna a misurarsi con se stesso, con la propria tenuta, con il bis che nessuno, ufficialmente, gli nega. E che molti, ufficiosamente, cominciano a considerare un problema. Schifani ha i suoi numeri da esibire: i conti risanati, l’avanzo, i miliardi disponibili, le entrate in crescita, la Regione finalmente dotata di risorse da spendere. È la sua linea difensiva e insieme la sua piattaforma per il secondo mandato: ho messo ordine, ora devo raccogliere i frutti. Il ragionamento, in astratto, non fa una piega. In concreto, però, inciampa nella politica. Perché il presidente può rivendicare tutti i saldi di bilancio che vuole, ma non può ignorare il saldo della sua maggioranza. Che è molto meno rassicurante.
L’ultimo schiaffo è arrivato all’Ars, sulla norma proposta dal Pd per bloccare le assunzioni negli enti regionali fino al 2027, cioè fino alla fine della legislatura e dentro la stagione elettorale permanente. Una norma nata dall’opposizione, digerita male da pezzi del centrodestra, poi approvata anche grazie al timore del voto segreto. Il risultato politico è semplice: il governo ha subito l’agenda degli altri. E Schifani, ancora una volta, ha dovuto spiegare che la maggioranza c’è, ma va “registrata”.
Schifani dice di voler arrivare alla fine della legislatura. Ma la domanda vera è come ci arriverà: da ricandidato naturale, da presidente tollerato o da problema. A Roma, il dossier Sicilia è aperto. Forza Italia ha appena affidato la guida regionale a Nino Minardo, commissario chiamato a rimettere ordine in una Sicilia azzurra tutt’altro che pacificata. Il deputato modicano, in un’intervista di pochi giorni fa, ha detto che nel 2027 la Regione continuerà a essere guidata da Forza Italia. Non da Schifani. La differenza è sottile solo per chi vuole far finta di non capire.
Anche ieri, riunendo il gruppo parlamentare dell’Ars, a Enna, Minardo ha parlato di ultimo anno di legislatura, responsabilità, concretezza, radicamento, territori, prossimi appuntamenti elettorali. Ma il nome del presidente, nel quadro della prospettiva futura, resta il grande non detto.
E quel non detto pesa. Oggi c’è Tajani, ma ci sono anche Marina e Pier Silvio Berlusconi, c’è la richiesta di rinnovare il partito, c’è il tentativo di svecchiare classe dirigente e immagine pubblica. In questo clima, difendere la ricandidatura di un presidente che a fine legislatura avrà 78 anni non è esattamente la battaglia più agevole. Soprattutto se quel presidente è il governatore più anziano d’Italia e, secondo Swg, anche quello meno apprezzato.
Schifani replica ricordando altri sondaggi e altri numeri. Ma quando il dato negativo si incrocia con una maggioranza indisciplinata, con un partito commissariato, con un centrodestra nazionale che ragiona già sul dopo, la fotografia smette di essere un incidente demoscopico e diventa un indizio politico. Il governatore allora prova a ribaltare il tavolo: se la Sicilia risanata fa gola a “interessi anomali”, lui andrà avanti. Il riferimento è ai termovalorizzatori, alle resistenze, ai poteri che non gradirebbero la sua linea. È una narrazione da assedio. Funziona sempre, in politica. Ma questo assedio arriva anche da dentro: dalla sua coalizione, dal suo partito, dall’Ars che ogni settimana gli ricorda che governare non significa soltanto avere i conti in ordine, ma anche i voti in aula.
Gli ottant’anni dell’Autonomia avrebbero potuto offrire a Schifani una cornice solenne. Ma lui ha preferito sorvolare, ben conscio che la rappresentazione dei sogni – magari al Castello Utveggio, con l’organizzazione affidata a qualche pagnottista – avrebbe complicato il quadro, anziché renderlo più agevole.


