Giuseppe Sottile non ha scritto un libro, ma un “libricino”. Al telefono sminuisce subito il suo “Palermo di chitarra e di coltello” (Einaudi), che tra Borges, amoruzzi e mezzamafia invece è un magnifico viaggio nella Sicilia di ieri e di oggi. Quella dell’entroterra agricolo, oggi desolato e ieri povero, ma in cui “nessuno muore mai da solo” e “un cannolo non apre le porte dell’inferno ma non chiude quelle del paradiso”. La “terra promessa” è Palermo. Ma il sangue diventa tanto, troppo. Continue stragi. Alle storie dei grandi boss, Sottile preferisce quelle della mafia di mezzo che lui, con trent’anni di cronaca nera in Sicilia, racconta esaltando dettagli ben più rivelatori di approfondite carte di tribunale. Da Palermo, Sottile – scrittore e giornalista dell’Ora, del Giornale di Sicilia, del Giorno, di Studio Aperto e poi al Foglio, dove dirige l’inserto del weekend – sogna Parigi. Per fuggire, ancora, e per conservare quello spirito che l’ha sempre guidato: “La libertà comincia dall’ironia, scriveva Victor Hugo, e io ho sempre cercato di conservare la leggerezza. Mai scrivere col fegato in mano”.

Partiamo da una domanda classica, quasi banale. Perché l’ha scritto ora?
Ho vissuto e lavorato con grande amorevolezza e passione, ma mi sono portato dietro un rimpianto. Mio padre è morto a 57 anni e non ha visto nulla della mia epopea della miseria.

Suo padre, contadino nell’entroterra siciliano, non diceva “vado a lavorare” ma vado “a guadagnarmi il pane”.
Eravamo poverissimi e a Gangi la retorica era questa. Quando mi manda in collegio, a Pedara, più che farmi studiare vuole tirarmi fuori dalla cultura della zappa.

E per riuscirci si leva “il pane dalla bocca”.
Mio padre non ha visto nulla della mia vita, della mia carriera, anzi come si dice oggi del mio percorso. Quindi gli ho dedicato questo libricino.

I racconti sono brevi, alcuni proprio delle schegge.
Sono storie sminuzzate di un angolo della Sicilia profonda, abbandonata da Dio e dagli uomini. Dove sono cresciuto non c’erano scuole, io frequentavo quella rurale, ci andavo a piedi. E dopo le elementari? Boh.

Come boh?
Alcune famiglie benestanti mandavano i figli a Palermo o a Cefalù. Noi non avevamo queste possibilità. Erano i preti, suggerendo una presunta vocazione, a smistarci. Chi dai gesuiti, chi dai benedettini. Io dai salesiani.

Ed eccoci a Pedara, in provincia di Catania, dove scopre il mare.
Sei ore di autobus per arrivare da Gangi a Catania, poi un altro bus per Pedara. Ho scoperto la musica classica, imparato qualche sonetto di Shakespeare a memoria ma anche il Padre nostro in greco.

La vocazione, però, non c’è. Si innamora di una ragazza.
Un amoruzzo… chiedo: “Papà, ma i preti si maritano?”. Lui capisce subito, mi fa fare la valigia. Lascio a metà del quinto ginnasio. È il tempo in cui i ragazzi iniziano a “impinnare”, a mettere le penne, a sentire i primi morsi della pubertà.

Fiorina, la ragazza, ha il mito dell’America e vuole andarsene.
E io cosa potevo offrirle in cambio? Nulla. Oggi è ancora vivo il mito della fuga. Anche perché in certe terre, come Gangi, la civiltà contadina è finita e non è stata rimpiazzata.

Cos’è stata Palermo per lei?
La terra promessa. C’era l’università, il teatro, persino il lavoro. Finisco al giornale L’Ora perché avevano bisogno di uno che raccontava di notte l’università occupata. Puro impressionismo: i cartelli contro gli Yankee, ma anche il delitto, la mamma che piange.

E la mafia. Nel libro non racconta quella dei grandi boss, però.
Mi sono affidato alle storie minime, quelle che la cronaca lascia per strada. La cosiddetta “mezzamafia”.

Cos’è?
È quella dei picciotti che magari non hanno imbracciato un mitra, ma come metodi e linguaggio imbracciano quello mafioso. Da qui pescano i boss. Ma la grande mafia è stata sconfitta.

Ah.
I Riina sono morti, i Messina Denaro anche. Altri sono sepolti vivi al 41bis. Lo Stato ha vinto. Ma è rimasta solo questa “mezzamafia”, sommersa, sparsa nei quartieri disperati, come allo Zen di Palermo dove rispuntano i kalashnikov.

Descrive una scena che la Treccani dovrebbe inserire come definizione di omertà.
Omicidio al ristorante Gelsomino. Gli avventori spariscono. Da bravi cronisti arriviamo sul posto. Chiediamo al tavernaro Damiano dettagli e lui: “Ero qui, ma stavo mangiando… parola d’onore”. È tutto qui.

Alcune scelte lessicali adottate nel “libricino” sono esaltanti. A un certo punto scrive che un poliziotto incarnazione del mondo di mezzo si “guappariava di avere confidenti” nella malavita.
Voleva fare il guappo, è siciliano. Ma è vero, la mia è un’operazione di linguaggio. Il siciliano non è solo camillerismo, ma è la lingua del dire e non dire. L’ammiccamento, l’insinuazione, l’ambiguità.

Alla fine cita Lucifero, parla di inferno. Avrebbe voluto fare un “percorso” diverso?
Ma l’ho fatto. Tanto è vero che lascio Palermo nel ‘92, l’anno tremendo. Ammazzano Lima, Falcone, Borsellino. Io sono appena arrivato a Milano. In fuga.

Lontano dalla “Palermo di chitarra e di coltello”. Quanto l’ha ispirata Borges?
Tantissimo. Come fascinoso è Gesualdo Bufalino. E lo stesso Lucio Piccolo, con le sue Pasque “di granato e d’argento”. Sono gli scrittori con cui puoi sognare, con un linguaggio che incanta.

Il finale del libro è disilluso.
Sì, molto. Ho 80 anni, sono un vecchietto arzillo. Ma Palermo non la sogno più. Qui ho la casa, la moglie, ma è solo il luogo di residenza. Ora sogno Parigi… Fly me to the Moon.

La fuga, ancora una volta. “Dove sono i leoni, dove sono i nuovi gattopardi”, si chiede.
Non ce ne sono più. Sono stati tutti macinati da inchieste giudiziarie. Assisto a una decadenza inarrestabile. Un crollo continuo, come la frana di Niscemi. Qui non c’è più niente. Niente.

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